Orzowei: umanità selvaggia

Orzowei”… una parola che scrivo con una punta di nostalgia e commozione, il primo libro (senza immagini) che io abbia letto nella mia vita! Dovete sapere che, a casa mia, c’è un luogo quasi magico, uno stanzino seminterrato dove hanno trovato rifugio, accumulandosi di anno in anno, innumerevoli libri conservati gelosamente sin dalla generazione di mia nonna.
Da bambino, come potrete immaginare, perdevo intere giornate, incuriosito, tra quel mare di pagine e ricordo ancora vivamente quando un giorno mia madre, aprendo la porta di casa, risalì da quel seminterrato con in mano “Orzowei” e, quasi si trattasse di un gioco, mi disse una frase del tipo “che ne dici di leggerlo?”. Avrò avuto su per giù una decina d’anni ma, incurante del fatto che la maggior parte dei miei coetanei leggesse ancora saghe illustrate come Geronimo Stilton o Piccoli Brividi, accettai la sfida, presi il libro tra le mani e, scostando la copertina, salpai per la mia prima avventura letteraria!

Quando ho preso la decisione di aprire questo blog mi sono subito domandato quale potesse essere il primo argomento trattato e, tra la marea di idee che mi frullavano in testa, non ho trovato modo migliore di onorare la persona che sono diventato ora se non dedicando sin da subito un articolo ad “Orzowei”: mi sembrava doveroso nonché una forma di ringraziamento verso la mia famiglia ed i miei cari che, oltre ad avere conservato per generazioni i tomi dei quali vi ho parlato precedentemente, mi hanno cresciuto, coccolato e, talvolta, gettato amorevolmente in mezzo ai problemi della vita per farmi affrontare le mie paure, i miei demoni, per farmi assaporare e toccare con mano la vita.

“Orzowei”, non so se fosse intenzione di mia mamma o meno farmene dono per tale ragione, è un romanzo di avventura e formazione in cui il protagonista affronta una serie di vicissitudini che lo porteranno a maturare e mutare comportamenti o modi di essere nel corso della narrazione. Per ironia della sorte, anche la copia del libro in mio possesso è simbolo di una vera e propria avventura: si tratta infatti di pagine sopravvissute ad una piccola alluvione! Sì, avete capito bene: prima che io nascessi, il seminterrato della nostra casa venne allagato in seguito ad una forte pioggia e, purtroppo, molti dei libri in esso contenuti furono irrimediabilmente danneggiati ma non lui… galleggiando tra le acque, raccolto quasi per pietà e poi disteso al sole ad asciugare nella speranza che potesse perdurare, la versione di “Orzowei” che ora sfoglio tra le dita ha resistito al corso degli eventi per giungere fino a me!

Ora, annusando l’odore salmastro che emana dal libro, osservando i fogli bordati di una pacata muffa marroncina, sento di possedere un tesoro unico, percepisco in questo oggetto un’anima che trascende il suo contenuto e trasuda amore, una sorta di volontà che lo ha spinto a combattere per giungere tra le mie braccia consapevole che, un domani, qualcuno avrebbe avuto bisogno di lui! È dunque con grande riconoscenza, ammirazione e stupore che mi accingo a parlarvi di “Orzowei” che, per l’occasione, ho deciso di rileggere a distanza di molti anni perché dietro quello che potrebbe apparire, come già accennato, un “romanzo di formazione” tradizionale si cela invece molto, molto di più


AUTORE

Lo so, mi sono ripromesso di non parlare approfonditamente degli autori dei romanzi. Il fatto, però, è che ve ne sono alcuni dei quali proprio non è possibile discutere, personaggi che hanno fatto la storia ed influenzato la vita di intere generazioni: ecco, questo è il caso di Alberto Manzi. Nato a Roma ll 3 novembre 1924 e morto a Pitigliano il 4 dicembre 1997, Manzi è divenuto celebre grazie alla conduzione del programma televisivo Non è mai troppo tardi (1960-1968). La trasmissione andò in onda per diverso tempo in orario preserale sui canali RAI e fu di fondamentale importanza per sradicare l’analfabetismo in Italia: grazie alla sua impronta didattica e pedagogica, infatti, il programma consentì a molti cittadini di ottenere almeno la licenza elementare imparando a leggere, scrivere e fare di conto. Di seguito, un paio di immagini tratte dalla trasmissione televisiva gentilmente concessemi dal Centro Alberto Manzi.

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Orzowei, pubblicato nel 1955, venne presto riconosciuto quale opera educativa per ragazzi e, nel 1956, ricevette il Premio Firenze del Centro Didattico Nazionale venendo tradotta in 32 lingue. Tale fu il suo successo da portare, nel 1977, alla creazione di una miniserie TV ad essa ispirata e dal titolo Orzowei, il figlio della savana della quale, a seguito, allego la sigla d’apertura tratta dalla rete.

 


TRAMA

Orzowei”, ossia “trovato” o anche “sciacallo”, così viene appellato il piccolo Isa dalla propria tribù, gli Swazi, soltanto perché il colore della sua pelle bianca candida spicca in mezzo al nero della popolazione locale. Adottato da un ex-guerriero Swazi, Isa dovrà fin da subito affrontare il tradizionale rito di passaggio all’età adulta che consiste nel farsi dipingere la pelle con una tintura biancastra, essere abbandonati nella foresta e qui sopravvivere all’assalto delle belve e dei propri compaesani fino alla scomparsa del colore. Soltanto una volta compiuta la propria missione il ragazzo, se ancora in vita, potrà essere accolto nel villaggio come uomo.

Dai, dai!… Prendetelo!…”

I ragazzi lo stavano inseguendo.

Quale gioco più bello per dei futuri cacciatori che inseguire una preda viva?

Isa, durante la prova, riesce a sopravvivere grazie all’aiuto di Pao, un boscimano che, impietosito dalle condizioni in cui versava il nostro eroe, sceglie di soccorrerlo e sostenerlo. Tornato al villaggio grazie all’aiuto del “piccolo uomo” (Pao), il fanciullo viene però ripudiato dalla propria gente con l’accusa di avere accettato l’aiuto di un popolo nemico, ossia i boscimani stessi.

Stai attento,gli aveva detto tra i Swazi c’è chi ti odia, e perché sei bianco, e perché hai superato la gran prova. Oh, non credere che t’abbiano scacciato perché hai avvicinato il piccolo popolo. No, no! Ti avrebbero sempre scacciato. Perché tu sei un “orzowei”. Stai attento, figlio. Se io fossi in te, raggiungerei gli uomini della mia razza. Addio!

Scampato al linciaggio, Isa ritorna da Pao il quale, come un padre, lo accoglie e gli insegna come sopravvivere nella natura selvaggia. Da questo momento, “Orzowei” sarà il centro di una serie di vicissitudini che lo condurranno a conoscere i “bianchi” come lui, fare amicizia con uno di essi di nome Paul e giungere persino a risiedere nelle “case di pietra” del suo popolo dove, però, sarà discriminato come “cafro” (dall’arabo, “infedele”) poiché proveniente dalla foresta. Nondimeno, Isa conoscerà Filippo, un ragazzino privo di una gamba il quale, nonostante tutto, lo guarderà con ammirazione e senza pregiudizi. Tra i due, ovviamente, nascerà una forte amicizia.

Ormai senza un’identità vera e propria, un po’ Swazi, un po’ boscimano ed un po’ bianco, Isa affronterà infine una vera e propria battaglia che vedrà la forza congiunta delle tribù locali contro i coloni bianchi boeri i quali, d’altro canto, avranno come alleati i boscimani grazie al forte legame tra Isa e Pao, sovrano di quest’ultima civiltà. Nel corso del conflitto, sorto nel tentativo di trasferire il villaggio dei coloni in un luogo più sicuro, Isa avrà modo di scontrarsi con Mései, suo antico rivale Swazi che, nel frattempo, era divenuto capotribù, ed ucciderlo. La vicenda, ormai giunta a capolinea con la morte dello stesso Mései, capo dell’orda nemica, si protrae invece in un teatro di morte nel quale i bianchi cominciano ad infierire sui vinti: Orzowei, per porre fine a tale follia, dimostra finalmente di essere maturato, frapponendosi ferito e moribondo tra i contendenti, arrestando il massacro e dichiarando l’uguaglianza di ogni essere umano.


STILE NARRATIVO

Lo stile narrativo di Manzi è piuttosto elementare, composto da frasi brevi, coincise ma pregnanti nonché corredate da un lessico non troppo elevato, facilmente accessibile, fatta eccezione per pochi e rari termini tecnici ma sempre spiegati al lettore mediante l’utilizzo di note a piè di pagina.

D’altro canto, la scelta di utilizzare parole di derivazione od origine straniera nonché il progressivo aumentare della lunghezza dei singoli capitoli potrebbero essere possibili ostacoli per una lettura da parte di un pubblico giovane.


RILETTURA: TRA PASSATO E PRESENTE

Come già detto, ho scelto di rileggere Orzowei a distanza di anni e, devo ammetterlo, ho avuto come l’impressione di affrontare due scritti completamente differenti! All’infuori della trama, della quale ricordavo solo i tratti salienti, ciò che più mi ha sorpreso è stato notare come ora, a distanza di anni, abbia rilevato aspetti che in età infantile ignoravo completamente e, viceversa, non sia stato in grado di apprezzare appieno altri lati del romanzo che, prima, mi parevano fondamentali. Tutto questo riconferma come non esista mai una “verità assoluta”, insindacabile, quanto, piuttosto, ogni idea, creazione o supposizione sia solo il frutto di un punto di vista, un’angolazione da cui osservare il corso degli eventi!

Ricordo che, quando mi approcciai per la prima volta al romanzo in questione, il fattore che più mi colpì fu senz’altro Orzowei stesso. Se, da un lato, mi rispecchiavo nel protagonista, immerso nel suo percorso di crescita e maturazione, dall’altro ne riconoscevo però alcune caratteristiche tipiche di una fase più avanzata rispetto alla mia età, doti che, per certi versi, suscitavano in me un sentimento di ammirazione misto ad un pizzico d’invidia. In particolare, Isa mi folgorò per il suo presunto aspetto fisico: non era prettamente un bambino, aveva già braccia abbastanza robuste da tendere un arco o sopraffare un felino della savana. Per di più, l’eroicità del ragazzo, ai miei occhi, era esaltata dal fatto che egli non avesse una fissa dimora il che, almeno per me, ancora abituato alle mura domestiche, era quantomeno impensabile!

Ora, dopo avere ripreso tra le mani Orzowei, la mia attenzione si è però focalizzata su altri fattori, in particolare sulle tematiche affrontate e sul forte messaggio di umanità e fratellanza trasmesso, seppure con alcuni limiti che vedremo più tardi. Mi sono sorpreso quando ho pensato di definire, piuttosto che “romanzo di formazione”, Orzowei come “romanzo antropologico” perché, se per certi versi esso rappresenta effettivamente un tentativo di abbattere stereotipi e luoghi comuni della visione razzista ed eurocentrica occidentale, dall’altro tale nomignolo è lo specchio del mio percorso di studi (Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali) il quale, sicuramente ed inevitabilmente, mi ha portato ad una maggiore sensibilità nei confronti di tale aspetto piuttosto che altri. Che dire? Anche in questo caso abbiamo la riprova di come nulla sia un punto fisso nello spazio e nel tempo ma, contemporaneamente, possiamo cogliere l’opportunità di scoprire nuovi orizzonti e fare “vagare” i nostri pensieri!


TUTTO… AL CONTRARIO!

Uno degli aspetti che più mi ha colpito è stato il tentativo da parte di Manzi, piuttosto all’avanguardia per l’epoca, di capovolgere la visione razzista più comunemente diffusa. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, infatti, ad essere discriminato qui non è un nero bensì un bianco. Il tipico concetto di “razza superiore” coltivato dagli Occidentali (e tristemente sfociato in un massacro) viene qui capovolto facendo delle tribù indigene la stirpe “dominante”.

Alberto Manzi in definitiva, nel suo piccolo, ha sicuramente contribuito (e continua a farlo tramite le sue parole) a sradicare l’atteggiamento discriminatorio che dalla conclusione della Guerra Mondiale ancora serpeggia tra i cittadini europei. Anche solo per questo motivo Orzowei è un romanzo che meriterebbe di essere ancora letto non solo nelle scuole, dalle quali è ormai tristemente pressoché sconosciuto, ma anche da individui adulti.


GENITORIALITÀ

Chi ti dice che il piccolo popolo non ti tratterebbe anche lui come un “orzowei”?

Tu l’hai dimostrato, e i tuoi amici.

Tu credi in noi, ecco perché sei, o credi di essere, felice. Hai provato a credere nei bianchi? Cosa hai fatto affinché nessuno ti dica più “orzowei”?

Ho fatto tutto quello che essi mi hanno detto.

Non basta, Isa. Devi essere tu che devi cominciare ad amare. L’amore richiama amore.

Alberto Manzi dimostra ancora una volta di essere un pioniere del proprio tempo suggerendo una tematica tutt’altro che scontata e dimenticata, ossia quella della “genitorialità”. Cosa o chi è un padre, una madre, un fratello o uno zio? Si tratta solo di genetica o c’è dell’altro?

Isa non ha mai conosciuto i propri genitori naturali eppure è stato cresciuto da uno Swazi, accolto dai boscimani, ospitato dai bianchi per arrivare ad avere, a conti fatti, tre padri! Un padre, infatti, come suggerisce lo stesso Manzi tra le righe del romanzo, non è soltanto colui che mette al mondo un figlio: un padre è colui che si prende cura della prole, la accoglie e la cresce, facendole affrontare le vicissitudini della vita ed insegnandole come affrontarle.

Non ne sono completamente sicuro ma posso affermare, con un buon grado di certezza, che se l’autore oggi fosse ancora in vita avrebbe qualcosa da ridire sul family day e, forse, anche sulla pericolosa piega ideologica che l’attuale politica sta imprimendo nell’ideologia generale sfruttando il fattore immigrazione, distorcendo informazioni a proprio favore grazie all’uso (ed abuso) dei mass media. In un certo senso, Alberto Manzi aveva una mentalità senza dubbio più aperta di alcuni uomini del XXI secolo e non si sarebbe nemmeno posto il problema, per esempio, di discerne i diritti delle famiglie dai diritti LGBT.


UMANITÀ

Un tema che percorre l’intera opera è sicuramente quello dell’”umanità”. Il colore della nostra pelle può essere bianco, giallo o nero, i nostri corpi possono essere alti o bassi, magri o grassi, i nostri pensieri diversi ma, alla fine, siamo tutti una sola cosa: umani. Già, ma che cos’è l’umanità, direte voi?

Essere un “uomo” significa avere la necessità di dare un senso alla realtà che ci circonda, di trovare una spiegazione ad eventi altrimenti misteriosi e, per questo terrificanti, il bisogno di credere in qualcosa, di plasmare una visione ordinata degli eventi. Certo, possiamo fare tutto quello che abbiamo appena citato in mille modi diversi ma, di fondo, resta di fatto l’esigenza di avere fede in qualcosa, sia esso un dio, un oggetto, una teoria scientifica o quant’altro. Potrei ora fare una lunga disquisizione antropologica in merito ma non mi riterrei né all’altezza né coerente con l’obiettivo principale di questo articolo. Lascio dunque la parola allo stesso Manzi che, attraverso le parole di Pao, è stato in grado di trasmettere tale concetto con una semplicità disarmante.

[…] E sono lieto che tu sia amico di questo uomo che non mente. Fra la tua gente potrai fare una cosa in nostro favore. E sarà una grande, nobile battaglia, Isa. Far capire al tuo popolo che siamo tutti uguali, affinché non ci sia disprezzo, né odio. Perché, pur cambiando il colore della pelle, ed il taglio degli occhi, e la statura, abbiamo però un cuore che è uguale per tutti. Noi non siamo inferiori o migliori degli altri, bianchi o neri. Come gli altri non sono inferiori o migliori di noi. C’è chi ha saputo camminare di più, chi di meno. Chi combatte col fucile, chi ancora con l’arco; chi vive in capanne di pietra, chi in cespugli. Ma per il Grande Padre siamo tutti uguali.

Orzowei è l’incarnazione di un messaggio di fratellanza senza tempo che merita e deve essere ripetuto, reiterato attraverso le generazioni per non dimenticare, per non tornare ad uccidere i nostri stessi fratelli pagando con il sangue il prezzo di ideologie distorte che, purtroppo, ancora mietono le loro vittime.

È stato chiamato “orzowei”: un trovato. Forse è un Swazi, o un bianco, o uno del piccolo popolo. È tutti e tre, o forse nessuno dei tre. Eppure io ho visto: Boscimani, negri, bianchi sono stati capaci di amarlo e di sacrificarsi per lui quando lo hanno conosciuto. Ed egli ha amato tutti. Ecco: quando ci conosciamo, anche se la nostra pelle è di un altro colore, ci amiamo. Capitevi; ha detto. Già, comprendiamoci. Il Gran Padre ha parlato attraverso di lui. Il ragazzo non ha saputo dir altro. Ma ha detto tutto. Solo se ci comprenderemo a vicenda, solo se guarderemo al cuore, e non al colore della pelle che quel cuore ricopre, solo allora potremo vivere insieme, felici. Se no… se no sarà la fine di tutti.


CONFRONTARSI

In nome della comune umanità, dunque, perché non trarre beneficio dalle disuguaglianze? Piuttosto che connotare negativamente la diversità cerchiamo di sfruttare quest’ultime a nostro vantaggio: se sapremo avere una mente aperta ed accogliere nuove visioni del mondo allora non potremo che trarre benefici l’uno dall’altro e costruire così una realtà migliore.

Manzi ha talmente a cuore questo tema da esprimersi in merito direttamente all’interno del romanzo. Sebbene all’apparenza sembri che sia Pao a pronunciare le parole seguenti, ad un più attento sguardo ci accorgiamo di come non sia affatto così. All’interno della finzione narrativa, infatti, i boscimani chiamavano le armi da fuoco “cannoni tonanti”, non conoscendone il nome, mentre, in questo caso, viene utilizzata la parola “fucile”, termine che non sarebbe dovuto appartenere al lessico di Pao. Tale “dimenticanza” letteraria lascia dunque intendere quanto fosse ardente il desiderio dello scrittore di dichiarare la propria opinione in merito e conferma, nuovamente, l’intenzione pacifista dell’opera.

[…] Ecco: l’uomo bianco fa molte cose, ha saputo fare e farà ancora molte e molte cose. Ma non ha più cuore. Non sa più amare. Guarda noi, il popolo dei cespugli. Non abbiamo fatto molte cose. Viviamo così, nudi come i padri dei nostri padri. L’unica nostra ricchezza è l’arco. In confronto con l’uomo bianco, siam privi di tutto. Spesso anche di carne. Dovremmo imparare dall’uomo bianco. Ma non vogliamo, perché non vogliamo perdere il cuore. Noi siamo più felici di loro. Noi guardiamo al Gran Padre e Lui ci aiuta. E nessuno di noi lascerebbe morire il fratello di fame, quando avesse una sola radice da poter dividere con lui. Nessuno lo scaccerebbe. Se c’è un posto, uno solo, libero, il fratello chiama il fratello. L’uomo bianco non fa più così. Egli ha perso la sua anima. Al suo posto ha messo le pietre che luccicano ed i fucili che uccidono. E con le pietre paga i suoi fratelli per farne degli schiavi e con i fucili uccide coloro che non vogliono farsi pagare. L’uomo bianco dovrebbe venire da noi e noi andare da loro. Solo così, forse, potremmo migliorarci entrambi.” bianco, o uno d


UTOPIA

Finora ho espresso soltanto pareri apparentemente positivi ma, per questione d’onestà, non posso non segnalare come l’intero romanzo sia pervaso da una vena palesemente utopistica. Anche se il messaggio trasmesso è senza ombra di dubbio positivo e necessario, la realtà che l’autore si ripropone di realizzare, nel concreto, appare quanto mai lontana ed irrealizzabile: sono ancora troppe le persone disposte a costruire la propria identità costruendo un “altro” ipotetico, da denigrare e, talvolta, uccidere in nome del proprio “Io”. Ad ogni modo, Manzi conclude la propria opera con la seguente speranza…

Entrarono tutti e quattro, stretti per mano, nella grande capanna di pietra, tempio del loro amore.


WHERE THERE’S TEA THERE’S… A BOOK!

Come promesso, non mancherò mai di abbinare un tè particolare ad ogni singola lettura che vi proporrò. Per la “rubrica”, se così vogliamo chiamarla, ho giustamente pensato di riprendere la celebre citazione di Arthur Wing Pinero, Where there’s tea there’s hope (“Dove c’è tè c’è speranza”), e riformularla in Where there’s tea there’s… a book! (“Dove c’è tè c’è… un libro!”) perché, in fondo, cos’è un libro se non uno scrigno nel quale l’autore ripone la propria fiducia con l’auspicio che le sue idee sappiano essere accolte dai futuri lettori? E poi, si sa, tè e letteratura vanno “a braccetto” da sempre, c’è una sorta di legame arcano e mistica tra i due, così come confermano romanzi quali Alice’s adventures in wonderland nonché la comparsa della “bevanda ambrata” in innumerevoli opere!

Inizialmente, per Orzowei avevo pensato ad un tè proveniente da alberi selvatici che, in qualche modo, richiamasse l’atmosfera del romanzo ma non ho trovato nulla che mi soddisfacesse appieno! Poi, come spesso accade, è arrivato il cosiddetto “lampo di genio” e, così, ho rispolverato per voi uno dei miei must da lungo tempo e, così, ecco a voi lo Yue Guang Bai 月光白!

Detto anche Moonlight, Yue Guang Bai significa, per l’appunto, “luce di luna bianco”. Si tratta di un particolare tè bianco proveniente dalla contea di Jinggu nel sud-ovest della Cina, celebre per la produzione di tè Pu Erh (fermentati). Le foglie di cui si compone provengono da piante di Camellia Taliensis, una particolare varietà di Camellia Sinensis che presenta caratteristiche foglie dalle grandi dimensioni, un profilo aromatico più affine alla Camellia Assamica nonché una marcata differenza cromatica tra la pagina superiore (più scura) e quella inferiore (più chiara).


Il tè in questione prevede una lavorazione leggermente diversa rispetto ai tradizionali tè bianchi: esso, di fatto, subisce una più lenta fase di essicazione che, secondo la tradizione popolare, avverrebbe al chiaro di luna. Nondimeno, oggigiorno non si hanno tracce certe della pratica previo citata e l’essicazione stessa avviene piuttosto in luoghi chiusi ed arieggiati, naturalmente od artificialmente. La maggiore durata della fase di lavorazione in questione fa sì che la leggera ossidazione cui ogni tè bianco va incontro sia, in questo caso, maggiormente marcata. Per lo stesso motivo, poi, la diversa colorazione tra i due lati delle singole foglie viene esaltata ottenendo uno spettacolare contrasto visivo bianco-nero, nota distintiva del tè Moonlight. Con ogni probabilità, dunque, lo Yue Guang Bai deve il proprio nome sia alla leggenda che aleggia circa il suo trattamento, sia alla gradazione tonale del fogliame il quale riprende il gioco di luci ed ombre del chiaro di luna accompagnato dalle note argentee delle gemme in esso presenti. Dopo una breve disamina storica, passiamo ora alla degustazione!

Negli ultimi giorni, ho avuto la fortuna di ricevere un pacco dalla Cina contenente dell’ottimo Yue Guang Bai raccolto a marzo 2019: è dunque con immensa gioia che mi accingo a descrivervi la magia che da esso si sprigiona!

Orzowei 5

Come di dovere per un tè proveniente dalla Cina, ho scelto di effettuare la tradizionale infusione multipla orientale utilizzando una gaiwan di 90ml ed optando per una temperatura dell’acqua di 88°C, utilizzando 4,3g di tè infuso per la prima volta 15 sec. fino ad un massimo di sette infusioni ottenute aumentando progressivamente il tempo di 10 sec.

 

Le foglie secche, come già detto, appaiono intere, di grandi dimensioni e con la caratteristica colorazione bianco-nera, non arrotolate e con gemme ben visibili ricoperte della caratteristica lanugine argentea. L’odore tenue riprende il tabacco, il fieno, l’erba o il muschio secchi.

Orzowei 7

 

Già dalla prima infusione il liquore, inizialmente limpido e giallo tenue per poi divenire via via più intenso e dorato con le sessioni successive, esala un aroma fruttato, floreale e cremoso che ricorda il cedro candito, i fiori bianchi e la crema al limone. Al palato, poi, le prime infusioni colpiscono per il loro sentore di latte e miele cui segue un retrogusto di frutta simile al melone ed alla pesca: nelle tazze successive, quest’ultima caratteristica organolettica andrà facendosi sempre più preponderante assumendo però lentamente il sapore tipico degli agrumi, dello zenzero fresco e dei frutti gialli acerbi mentre rimarrà costante la dolcezza del miele e svaniranno le note lattee.

Dopo avere accolto l’acqua calda, le foglie umide emanano vapori con una personalità spiccata, una dolcezza per certi versi pungente, affine alla confettura di frutti di bosco, all’uvetta, all’albicocca od ancora al ribes. Alla vista, invece, le foglie stesse assumono una colorazione più scura, appaiono di grandezza non omogenea ma bene aperte rivelando così germogli raccolti mantenendo attaccata la prima foglia. Nel mio caso, inoltre, compariva qualche sfumatura di un verde più acceso, presumibilmente dovuta alla recente lavorazione del tè.

Con corpo e persistenza medi ed una leggera astringenza finale, lo Yue Guang Bai rispecchia Orzowei sotto più punti di vista. Esso è infatti un tè che, con la sua singolare cromia, riprende le origini incerte di Isa, intrappolato tra tribù nere e civiltà bianche: allo stesso modo, il Moonlight si potrebbe anche definire un tè “cafro” (termine utilizzato in senso dispregiativo all’interno del romanzo nei confronti del protagonista e che significa, letteralmente, “infedele”)! Perché dico questo? Semplicemente perché, pur essendo categorizzato tra i tè bianchi, lo Yue Guang Bai presenta alcune caratteristiche aromatiche che lo rendono più affine alla classe dei neri. Ancora, il tè in questione, proprio in virtù della maggiore ossidazione, ha la proprietà di potersi conservare per lungo tempo in maniera simile a quanto avviene con i Pu Erh: tale fattore lo porterà inevitabilmente ad evolvere i propri aromi e sapori nel corso del tempo, ad affrontare un percorso di crescita e maturazione, proprio come accade ad Isa

(Per qualsiasi dubbio, curiosità, domanda o segnalazione di errori in merito al mondo del tè vi esorto d’ora in avanti a contattarmi direttamente tramite i contatti forniti o di consultare l’ottimo blog di Barbara Vola, persona di squisita umiltà e raffinatezza con la quale ho l’onore di collaborare, la quale saprà sicuramente dissipare le vostre incertezze!).


IN CONCLUSIONE…

Rileggere Orzowei è stata sicuramente un’esperienza quasi mistica che mi ha spinto a confrontarmi con il me stesso del passato riconoscendone pregi e difetti, mettendomi in gioco e costringendomi, in parte, ad abbandonare il punto di vista maturo per ritornare, anche solo per un attimo, alla visione illusa e meravigliata di un bambino! Inoltre, ho avuto l’occasione di riscoprire un autore italiano forse oggigiorno ingiustamente relegato ai margini del palcoscenico letterario nazionale e spero, nel mio piccolo, di avere contribuito alla sua riscoperta!

Come spero accadrà da questo primo articolo in poi, vi lascio nella speranza di potermi confrontare quanto più possibile con voi e con l’augurio di avere suscitato interesse, pensieri ma, sopra ogni cosa, emozioni! Mentre torno a bere una tazza di Yue Guang Bai rimuginando su Orzowei, quindi, aspetto di ricevere presto le vostre opinioni, i vostri pensieri, le vostre riflessioni per metterci in gioco e dialogare… #Vagamentè!

Omar

 

3 pensieri su “Orzowei: umanità selvaggia

  1. Ciao Omar,
    sono felice che tu abbia aperto il tuo Blog e di continuare ad ospitarti nel mio nella sezione: https://viaggiointornoalte.net/un-te-al-sol-levante/
    Bellissimo articolo e come sempre, e come sai è la tua caratteristica, riesci ad emozionare.
    Il tema del libro e sicuramente di attualità. Mi ricordo che guardavo il telefilm che trasmettevano poco prima dell’ora di cena. Ho un vago ricordo come se ad un certo punto avessero smesso di trasmettere le puntate o forse ero io che ero rimasta male che era finito presto.
    Ottima spiegazione sul tè e grazie per quello che hai scritto su di me. Umile perché in primis sono consapevole che ho ancora tanto da imparare, e non solo sul tè, ma anche perché bisogna sempre stare con i piedi per terra, essere consapevoli per potersi mettersi in gioco.
    Barbara

    Piace a 1 persona

    • Barbara, come ti ho già detto più volte ti sei dimostrata una persona sincera ed estremamente aperta nei miei confronti e, forse, se tu non mi avessi spinto a scrivere per il tuo blog non sarei mai giunto ad aprirne uno tutto mio. Per tutto questo, dunque, grazie!

      Piace a 1 persona

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