La ragazza del convenience store: comprare la “normalità”

Alcuni libri, tanto sono sottili, somigliano piuttosto a depliant, volantini pubblicitari, brochure commerciali e spesso, in libreria, li soppesiamo tra le mani quasi in segno di scherno per poi riporli al loro posto. Se, poi, come nel caso de La ragazza del convenience store(Murata Sayaka), alla leggerezza fisica del volume si aggiunge uno stile semplice accompagnato da una grafica ed una punteggiatura sobrie e minimali si incappa ancora più facilmente nell’errore di sottovalutare un’opera.
Nondimeno, avendo l’accortezza di scostare la sovraccoperta ed addentrarsi nella lettura, sovente questi apparenti libelli (dal latino “operetta non rifinita, volume leggero), così come li avrebbe chiamati Catullo che tali definiva i propri carmi, si rivelano essere molto più pregnanti e densi di significato di altre letture. Del resto, come lo stesso autore latino insegna, la brevità di una composizione non ne determina la carenza di significato: piuttosto, quest’ultima consente una maggiore finezza tecnica e stilistica. Fatte le dovute premesse, pertanto, cosa ne dite di dare una possibilità a questo modesto quanto “potente” libricino?

Konbini


TRAMA

Furukura Keiko non è una bambina “normale”: spesso le sue gesta non vengono comprese né dagli adulti né tantomeno dai suoi coetanei. Secondo Keiko non v’è alcuna ragione di risolvere un litigio tramite patteggiamenti o seppellire il cadavere di un uccellino: perché adottare dei gesti rituali per porre rimedio ad una situazione quando si potrebbe fare molto prima adottando mezzi pratici? Per separare due litiganti è sufficiente una badilata così come non ha senso inumare un cadavere: a che servirebbe? Non sarebbe molto più utile mangiarselo? Del resto si tratta sempre di carne e, dunque, di cibo che, se tumulato, andrebbe inutilmente sprecato!

“In quel momento pensavo che mangiare quell’uccello fosse la cosa più normale del mondo, ero certa che la mia famiglia ne sarebbe stata più che felice. Dopotutto mio padre andava matto per gli yakitori, e io e la mia sorellina festeggiavamo ogni volta che in tavola c’era il pollo fritto. Senza contare che il parco era pieno di passerotti. Che cosa sarebbe cambiato se ne avessimo preso qualcuno? Perché bisognava darsi pensa di seppellire quell’uccellino anziché mangiarlo? Non riuscivo a capire, mi pareva tutto così assurdo.”.

Keiko trascorre la propria infanzia secondo i principi di cui sopra, ideali personali che, evidentemente, contrastavano con quelli sociali. In virtù della propria presunta “anormalità” i dolci anni della protagonista si tramutano in un periodo di sofferenza privata, di incomprensione, di rigetto morale persino da parte dei parenti più stretti e così, lentamente, sentendosi in colpa nel vedere i propri genitori accusati di negligenza a causa sua, la bambina decide di conformarsi alle norme sociali per la sola ragione di non essere la causa di tale sofferenza.

“I miei genitori mi volevano un gran bene, mi coccolavano a sufficienza, anche se erano confusi e chiaramente in difficoltà. Non volevo farli soffrire, né tanto meno mi faceva piacere che dovessero chiedere scusa a mezzo mondo per colpa mia. Perciò decisi che da quel momento in poi avrei aperto bocca il meno possibile quando ero lontana da casa. Avrei evitato di prendere iniziative personali, a costo di adeguarmi agli altri in tutto e per tutto e di piegarmi alle loro regole.Gli adulti apprezzarono molto la svolta, erano felici di constatare che non parlavo più a sproposito e avevo rinunciato ai miei colpi di testa.”.

 

Crescendo, Furukura trova impiego in un konbini (negozio tipico e molto diffuso in Giappone nel quale si vendono merci preconfezionate di vario genere ed aperto 24 ore su 24) e coglie l’occasione al volo divenendone una commessa modello: quale modo migliore di apparire “normali” agli occhi altrui, di passare inosservati?

“In quell’istante, per la prima volta nella vita, assaporai la sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo. Sono nata, finalmente!, pensai entusiasta. Quello fu il primo giorno della mia nuova vita come “normale” componente degli ingranaggi della società.”.

Diversamente da quanto ci si aspetterebbe da un impiegato del konbini, però, Keiko sembra considerare l’impiego come un vero e proprio “posto fisso” non cercando assolutamente di scalare la gerarchia sociale, di trovare un “lavoro stabile”. Nel Sol Levante, di fatto, un’occupazione presso un convenience store è considerata temporanea una mansione da studenti, fase transitoria nonché iniziazione al vero e proprio mondo del lavoro.

Certa di avere trovato un riparo sicuro, la protagonista si cristallizza nella quotidianità del konbini con la convinzione di essere finalmente considerata “normale” ma, ben presto, si accorge che l’avanzare degli anni impone di assumere nuovi ruoli socialmente accettati. Le amiche, la sorella ed i conoscenti cominciano ad insospettirsi: come mai Keiko non cerca un nuovo lavoro? Perché non è mai stata vista uscire con un uomo? Non sarebbe ora di mettere su famiglia? Tutte queste domande destabilizzano e disorientano la ragazza…

Shiraha: questo il nome di un giovanotto che, un giorno, viene assunto come nuovo commesso del konbini. In quanto impiegata modello, tocca a Furukura crescere la nuova leva ma quest’ultima si dimostra sin da subito svogliato e scanzonato, attirandosi l’antipatia dei collaboratori e venendo infine licenziato per le sue negligenze.

Passata qualche settimana dall’uscita di scena di Shiraha, una collega di Keiko scorge quest’ultimo intento a spiare l’interno del negozio dalla vetrina e, così, la protagonista gli si fa incontro nel tentativo di allontanarlo ma, alle lacrime di quest’ultimo, decide di uscire in un bar con lui per conoscere la motivazione del suo atteggiamento. Qui, Furukura apprende come Shiraha ritenga che le regole sociali non siano altro che una trasfigurazione della legge naturale ancestrale: il più forte batte sempre il più debole, l’esistenza è ancora una lotta per la sopravvivenza e l’uomo deve ancora trovarsi una donna per definirsi tale. Proprio quest’ultima ragione era la motivazione fondamentale che aveva spinto il giovane a domandare assunzione presso il konbini: trovare una moglie in grado di sostenerlo economicamente facendolo apparire “normale” agli occhi della gente e consentendogli di condurre in solitaria un’esistenza appartata nella quale potere essere sé stesso.

Scoprendo di avere un obiettivo in comune, quello di raggiungere un’apparente “normalità”, i due decidono di simulare un fidanzamento in nome del reciproco tornaconto. Tuttavia, presto Furukura viene obbligata ad abbandonare l’occupazione al konbini: trovare un “lavoro stabile” faceva parte del percorso per raggiungere l’agognata “regolarità”. Con l’aiuto di Shiraha, la giovane rintraccia una possibile occupazione ma, presentatasi al colloquio, in attesa del ricevimento, succede qualcosa che determinerà la sua sconfitta morale, segnando la resa nella lotta contro la società…


REGOLE E LIBERTÀ

La tematica forse più evidente affrontata da Sayaka nel proprio breve romanzo è certamente l’eterno rivaleggiarsi tra normative sociali e libertà individuale, ciò che “sta bene” fare e quello che si avrebbe intenzione di compiere.

La vera personalità di Furukura Keiko viene inghiottita dalla pressione della vita mondana in cui ciascun individuo deve idealmente occupare una posizione precisa nella gerarchia sociale adempiendo ai propri doveri, essendo esattamente ciò che “ci si aspetta” da lui, pena l’emarginazione o, peggio ancora, l’internamento psichiatrico.

La popolazione giapponese, in particolare, presenta ad oggi un caso estremo di restrizione normativa sociale: in parole povere, nel Sol Levante assistiamo alla presenza di troppe regole vincolanti le quali tendono sempre più a sopprimere l’espressività individuale. A tale proposito, basti soltanto pensare alle numerose ore lavorative, al fenomeno del bullismo largamente diffuso in ambito scolastico, allo scarso tempo rimanente per la dedizione alla vita privata od ai propri interessi, ecc. Non a caso, dunque, in terra nipponica si registrano uno dei tassi di suicidio più alti al mondo e l’insorgere di vere e proprie “malattie” peculiari di tale Paese: un esempio più che celebre è il caso dei cosiddetti “hikikomori” 引きこもり, individui che hanno deliberatamente scelto di ritirarsi dalla vita sociale rinchiudendosi, letteralmente, nella propria stanza (nei casi più gravi, di fatto, essi sopravvivono grazie alle cure ed al cibo che i parenti passano loro attraverso l’uscio).

Shiraha, in un certo senso, pare essere un perfetto candidato hikikomori: non scordiamo infatti che, secondo il suo piano, egli ha intenzione di trovare una moglie in grado di sostenerlo economicamente ed essere, al contempo, un’ottima facciata pubblica, una simulazione di “normalità” che funga da copertura per un progetto di vita appartata, oziosa ma libera da restrizioni sociali.

Furukura Keiko, d’altro canto, sceglie di indossare costantemente una maschera per celare le proprie pulsioni private: a tale scopo ella accetta l’occupazione al konbini, tenta di imitare l’abbigliamento e l’atteggiamento delle colleghe, si reca agli incontri con amici o parenti e, infine, sceglie di cooperare con lo stesso Shiraha nel tentativo di raggiungere un obiettivo comune ossia ottenere un briciolo di libertà.

Tutto questo, ovviamente, fa sorgere una domanda più che attuale. Viviamo in un mondo sempre più industrializzato, apparentemente perfetto, dotato delle più avanzate tecnologie e comodità ma a quale prezzo? Lentamente, stiamo pagando l’hi-tech con la nostra umanità, vendendo la nostra anima al diavolo, un po’ come nel Faust di Goethe, in cambio di un macchinario progettato forse troppo perfettamente…

Più volte ripeto che l’uomo è, fondamentalmente, un “essere sociale”: per essere tale ha bisogno di vivere all’interno di una collettività e tale fattore implica inevitabilmente l’insorgere di norme comuni. Nondimeno, non bisogna dimenticarsi dell’aspetto pulsionale dei singoli individui il quale, essendo comunque parte integrante dell’essere umano, necessita di trovare una propria “valvola di sfogo”. Quest’ultima, per esempio, è rappresentata dalle varie festività, dalle attività ludiche, dalle celebrazioni della sfera religiosa o dalla dedizione agli interessi personali, tutti fattori che, ad oggi, trovano sempre meno spazio per manifestarsi…


AGGRESSIVITÀ REPRESSA

Leggendo un poco tra le righe de La ragazza del convenience store un lettore accorto non può non accorgersi di una certa aggressività che, silenziosa, serpeggia nell’arco di tutta la narrazione. È interessante notare una sorta di parallelismo tra la maschera indossata da Furukura Keiko per nascondere la propria personalità e l’apparente ordinarietà della trama che cela una tematica così violenta.

Già dalle prime pagine si evince un intimo atteggiamento veemente della protagonista: al litigio ella pone rimedio con una “badilata”, alla morte con l’atto del mangiare e, nel momento in cui il figlioletto della sorella non smette di piangere, ella pensa di compiere un infanticidio in piena regola.

Prosegueno, durante la lettura il tema della violenza sembra abbracciare non solo la protagonista bensì ogni personaggio del libro a partire dalla teoria “primitiva” di Shiraha nella quale ricorre l’immagine dello scontro tra predatore e preda fino ad arrivare all’ira di gruppo. Quest’ultima, d’altro canto, sembra essere un compromesso imposto dalla norma sociale per permettere all’aggressività impulsiva di trovare sfogo senza però sfociare in atti efferati prendendo piuttosto la forma del lamento collettivo: lo scontento, in questo caso, viene sfruttato per generare intesa e collaborazione tra individui così come dimostrano i pensieri di Furukura…

“Quando ho iniziato a fare questo lavoro ho notato subito che i commessi provano una sorta di piacere tutte le volte che si arrabbiano per lo stesso motivo, che si tratti degli scatti di collera del responsabile o del menefreghismo dei colleghi del turno di notte. È come se l’insoddisfazione condivisa alimentasse una strana forma di solidarietà. Lo spirito di gruppo si rafforza.”.

Dove risiede l’origine di tutta questa aggressività? Si tratta forse di qualcosa insito nella natura umana o c’è dell’altro? Con il suo stile sottile, raffinato ma pungente, sobrio ma riflessivo, Murata Sayaka instilla queste domande nella nostra mente suggerendo, attraverso la trama principale, una possibile risposta: non sono forse le stesse norme sociali, se troppo restrittive, la causa di un’”insoddisfazione condivisa”?


IL KONBINI, L'”OPPIO DEL POPOLO”

“Le nostre voci si sovrappongono l’una all’altra. Si trasformano in un unico suono omogeneo e vibrante. Non c’è che dire, quando è il capo in persona a incaricarsene il briefing è molto più convincente, quasi solenne.

“Sembra di essere in una chiesa…” biascica tra i denti Shiraha.

Sì, è vero, penso.”.

Si potrebbe affermare che buona parte delle vicende narrate siano inevitabilmente connesse al konbini. Quest’ultimo si presenta in modo ricorrente all’interno del romanzo, sia come ambiente fisico sia sotto forma di ricordo o immagine idealizzata, permeando ogni fase della narrazione stessa.

Il convenience store, così come descritto dalla protagonista, appare come una sorta di luogo sacro, utopistico, nel quale regna un’assoluta perfezione, un ordine talmente rigido e divinamente progettato da farlo quasi apparire agli occhi dei lettori un eden ai limiti del distopico. D’altro canto, Furukura Keiko pare trovarsi a proprio agio solamente nell’ambiente di lavoro nel quale la sua finzione aderisce perfettamente alla realtà circostante. L’età, l’avanzare del tempo, le critiche dei conoscenti, la ragione per creare una nuova apparenza di “normalità” restano chiuse all’esterno dell’edificio che, in questo modo, diviene in tutto e per tutto simile ad un luogo sacro, quasi si trattasse di una chiesa.

“Il trillo ripetuto che accompagna l’ingresso dei clienti risuona come le campane di una chiesa. La scatola rettangolare di vetro luminoso e trasparente mi accoglie dentro di sé. Un mondo perfetto, immutabile, che continua a girare senza sosta. Nutro una fede cieca e assoluta in questo microcosmo lucente.”.

In definitiva, l’atmosfera generata dal konbini calza completamente con la celebre definizione di “religione” fornitaci da Karl Marx il quale la soprannominava “oppio del popolo” ovvero un modo per incatenare ed, infine, eliminare il malcontento nonché il senso di rivolta insorti nel ceto operaio a causa del capitalismo attraverso una sublimazione del desiderio. In breve, Marx sosteneva che la fede religiosa proiettasse la promessa di una ricompensa non ottenibile nel mondo concreto dall’operaio medio in una dimensione ultraterrena (il paradiso) che, in questo modo, diveniva una sorta di sedativo, di narcotico per fare fronte al sentimento di rivolta ed insoddisfazione collettiva.

Alla luce di quanto detto finora, il konbini assume un doppio ruolo: se, da un lato, esso diviene l’habitat ideale per Furukura, dall’altro si tramuta in un centro di omologazione di massa nel quale il “diverso” o qualsivoglia forma di ribellione vengono semplicemente eliminati.

“Il konbini è un luogo che si regge sulla normalità, un mondo dove tutto ciò che è anomalo e inconsueto deve essere rimosso. Una volta che l’elemento di disturbo è stato eliminato i clienti tornano al loro caffè e ai loro dolcetti come se non fosse successo niente.”.


APATIA

“Fino ad allora nessuno mi aveva mai insegnato come rapportarmi con gli altri, in che modo parlare e quali espressioni facciali assumere per apparire “normale”.”.

Furukura Keiko compie meticolosamente, quasi meccanicamente, con accuratezza maniacale, i soliti gesti ogni singolo giorno. Recatasi al lavoro, la protagonista sistema i prodotti in maniera ordinata sugli scaffali, contrassegna le offerte mettendole in evidenza, espone prontamente la merce presumibilmente più richiesta dipendentemente dal clima o dal periodo dell’anno e si pone a schiena dritta dietro alla cassa pronta ad urlare irasshaimase! いらっしゃいませ (espressione di rito ripetuta compulsivamente all’ingresso del cliente in qualsiasi negozio giapponese, traducibile con “benvenuto”) fino al termine del proprio turno.

In poche parole, la “ragazza del convenience store ci appare come un automa perfettamente calibrato per svolgere il proprio ruolo e privo di emozioni. Tuttavia, tale aspetto non rimane circoscritto all’ambiente del konbini: terminate le proprie mansioni, Furukura tenta di omologarsi alle colleghe imitandone gesti o fattezze, ponderando al dettaglio quali siano le frasi più convenienti da pronunciare durante una conversazione e, nel tempo libero, appartandosi nel proprio monolocale senza fare nulla se non mangiare prodotti confezionati recuperati dal proprio posto di lavoro od uscendone solamente per sostenere un minimo di apparente vita sociale.

L’emarginazione subita durante l’infanzia ha fatto nascere nella mente della protagonista un forte senso di solitudine ed inadeguatezza cui ella tenta di porre rimedio sopprimendo la sua personalità. Apatica, pragmatica quanto fredda, oserei dire lobotomizzata, Keiko, attraverso la penna di Murata Sayaka, diviene la denuncia di una problematica fortemente attuale. Ad oggi, sia per le pressanti norme sociali sia a causa delle nuove tecnologie di telecomunicazione, assistiamo ad una vera e propria mattanza dei sentimenti cui tentiamo di porre rimedio attraverso la rete virtuale dei social e l’appagamento personale tramite l’acquisto compulsivo di prodotti industriali e serializzati tratta dalla vasta scelta proposta dai colossi dello shopping online.

Un domani, probabilmente, quando tutto sarà ormai divenuto grigio e sterile, uniforme ed uguale a sé stesso, allora forse torneremo alla ricerca del contatto umano, di una carezza, un abbraccio od anche un pugno e cercheremo qualcosa che esalti la nostra unicità, magari un prodotto artigiano, un oggetto che incarna nelle proprie imperfezioni la caratteristica indeterminatezza che fa dell’uomo l’essere più imprevedibile ma anche più affascinante del pianeta. Questa, almeno, è la mia speranza!


COSA È CAMBIATO?

Shiraha, attraverso la sua teoria, riesuma nuovamente l’argomento dell’aggressività traslitterandola nel concetto di “lotta per la sopravvivenza”. Secondo il ragazzo infatti oggigiorno nulla è cambiato dal tempo ancestrale: il più forte continua a sopraffare i deboli i quali, sconfitti e disprezzati, sono costretti ad abbandonare il nucleo sociale. Quelle che oggi noi chiamiamo “leggi”, in realtà altro non sarebbero se non la mutazione dell’unica grande legge universale che prevede l’eterna rivalità tra preda e predatore.

Nella preistoria un uomo doveva procurarsi una donna a scopo riproduttivo così come, ai giorni nostri, egli ha necessità di prendere moglie per portare a termine il rito di passaggio tra età adolescenziale ed adulta. Uno scapolo, sebbene possa condurre od ottenere una vita agiata, non sarà mai considerato completamente un uomo fintanto che non diverrà un capofamiglia.

La veemenza evidenziata dal pensiero di Shiraha, nondimeno, assume una connotazione differente da quella del tutto privata derivante dall’insoddisfazione. Si tratta, piuttosto, di “violenza sociale”, ossia del dolore che le regolamentazioni pubbliche esercitano sul tentativo di espressione individuale. L’unica soluzione a tale soppressione proposta dal giovane consiste nel costruire una solida facciata di copertura che consenta, almeno nel privato, di dare libero sfogo alle proprie pulsioni.

La determinatezza e le solide convinzioni di Shiraha nei suoi propositi ridonano a Furukura Keiko una sorta di speranza facendole intravedere una eventuale “luce in fondo al tunnel” la quale le darà la forza per provare, in un ultimo disperato tentativo, a racimolare quello che è rimasto della propria anima.


UN “LIETO FINE” SOLO A PAROLE

Invito ora caldamente tutti coloro che non desiderassero spoiler a saltare la lettura del seguente paragrafo passando direttamente al successivo.

A conclusione della narrazione, Furukura Keiko abbandona l’impiego al konbini nel tentativo di trovare un lavoro maggiormente remunerato, in grado di sostenere la coppia fittizia formata con Shiraha al solo scopo di raggiungere la “normalità” allo sguardo pubblico.

In attesa del primo colloquio di lavoro, prenotato da parte del consorte, Furukura nota però la cattiva gestione del convenience store nelle vicinanze e, quasi presa da una spinta incontrollabile, si precipita nel negozio per porre rimedio.

Il tintinnio delle lattine, il rumore delle casse, le porte d’ingresso tirate a lucido, le offerte promozionali in bella vista, il consueto irrashaimase prendono nuovamente il sopravvento sulla ragazza che, decisa, rifiuta il nuovo lavoro per riprendere le proprie vesti.

Le ultime parole di Furukura Keiko, urlate a squarciagola in tono trionfale al volto sbigottito di Shiraha, sono in realtà l’effige della sconfitta: come sempre, le norme sociali hanno vinto sul singolo che paga il prezzo della propria individualità con la sottomissione, il predatore ha affondato ancora una volta le proprie zanne nella preda, il terrore dell’emarginazione ottenebrato la volontà sedando ogni tentativo di ribellione. Così, con un grido misto di una gioia fittizia tanto quanto la maschera da lei costruita, Keiko implora, inconsapevolmente, d’essere finalmente libera…

“Finalmente ho capito. Prima ancora di un essere umano sono una commessa del konbini. Sarò anche una persona contorta, anormale, incapace di vivere nella società e condannata a morire in un angolo della strada, ma non posso sottrarmi al mio destino. Il mio corpo e la mia vita appartengono al mondo del konbini, ora e per sempre. […] Contro tutto e contro tutti, io sono e sarò sempre una commessa del konbini!”.


“NORMALE”

Normalità” potrebbe qualificarsi come la “parola-chiave” dell’intero romanzo. Tutto, nel corso della narrazione, è mosso dall’intento di raggiungere la normalità per essere finalmente accolti come parte integrante della collettività.

Per quanto mi riguarda, probabilmente, “normalità” e tutti i suoi derivati etimologici dovrebbero a buona ragione essere depennati da ogni dizionario che si rispetti. Alcuni vocaboli, nel corso della storia, si sono macchiati di significati intrinsecamente negativi: altri, addirittura, come in questo caso, sono fondamentalmente contradditori.

Qualcosa di “normale”, se risaliamo alla radice del termine, rientra all’interno della norma: ma cos’è la “norma”? Non si tratta forse di un’invenzione, un mezzo utilizzato dall’uomo che, per necessità, ha bisogno di dare un ordine alla realtà che lo circonda? Con quale sfrontatezza, dunque, si può giungere a discriminare, emarginare ed, in ultimo, uccidere in nome della “normalità”, di una semplice elucubrazione mentale nata al solo scopo di trovare risposta alle insicurezze poste dalle molteplici sfaccettature del mondo?

Il tentato sterminio degli ebrei, la tratta degli schiavi, l’apartheid od anche atteggiamenti più vicini alla nostra quotidianità quali il bullismo o il “problema immigrazione” fondano le loro presunte motivazioni su un razzismo che nasce proprio dal concetto di “normalità”.

Trucidare un individuo soltanto perché ebreo oppure omosessuale, calpestare i diritti umani delle popolazioni africane poiché considerate “primitive”, malmenare un proprio coetaneo perché, magari, zoppica o porta un paio di occhiali, sono tutte azioni che presuppongono l’esistenza di una realtà “normale” ed una “altra”, “non-normale” e, pertanto, da eliminare.

Vale davvero la pena saldare il conto di una mera illusione con la vita e la sofferenza altrui? “Normalità”, come suggerisce Murata Sayaka, è una parola intrisa di sangue che, ogni giorno, ritaglia innumerevoli ferite mietendo regolarmente le proprie vittime nello spirito o nel corpo…


WHERE THERE’S TEA THERE’S… A BOOK!

“[…] penso, mentre mando giù un sorso della mia acqua calda. Sì, proprio così, acqua calda: non ho mai sentito il bisogno di aromatizzare le mie bevande, l’acqua mi piace berla così, senza aggiungere niente.”.

Probabilmente, se Furukura Keiko fosse stata costretta a scegliere un tè sarebbe senz’altro corsa agli scaffali del proprio konbini ad afferrare una confezione di bustine, avrebbe fatto bollire l’acqua e versato il tutto in una sterile tazza rispettando meticolosamente i tempi e le quantità indicate sulla confezione.

Considerando dunque che il tè di maggiore consumo nel Sol Levante è il verde non ho potuto evitare di pensare al Konacha 粉茶 come tè ideale da abbinare alla lettura in questione. Konacha è il nome dato ad un prodotto di scarto. Nel corso della lavorazione dei tè di maggiore pregio accade che alcune foglie si rompano o parti di esse vengano scartate: proprio questi ritagli compongo il prodotto di cui sopra il quale, spesso viene venduto a basso prezzo e confezionato in pratiche buste monodose.

Nel mio caso, si tratta perlomeno di un Konacha sfuso ma non per questo più pregiato: l’unica cosa che ci si può aspettare da questo tè è un’infusione rapidissima, un sapore “piatto”, amaro e per nulla piacevole accompagnato da un’aromaticità rasente allo zero… proprio come l’acqua calda cui la “ragazza del convenience store” sembra essere tanto abituata!

Nonostante tutto, dopo vari tentativi ho trovato alcuni espedienti per esaltare al limite del possibile le proprietà del Konacha e, tutto sommato, devo confessare che, se sorseggiato rileggendo le pagine dell’opera di Murata Sayaka, non è nemmeno risultato del tutto sgradevole! Se volete saperne di più, siete semplicemente curiosi oppure desiderate sapere quale piccola sorpresa mi ha riservato il più bistrattato dei tè verdi giapponesi potete accedere alla degustazione cliccando qui.

Mentre termino la stesura di questo articolo con a fianco La ragazza del convenience store stringo tra le mani la mia tazza di Konacha. Minuscoli frammenti di foglie sfuggiti alla morsa del filtro galleggiano sulla superficie della bevanda quasi fossero ciò che resta dell’umanità di Furukura Keiko e così, con lo sguardo perso nello specchio intorbidito del liquore, ripenso alla voce delle mie emozioni aggrappandomi ad esse, rinchiudendole in uno scrigno come tesori preziosi per non lasciarle sfumare nel grigiore della “normalità”.

Omar

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