Vita di un falsario: pesci rossi e bocce di vetro

Vita di un falsario (Yasushi Inoue) è una di quelle opere di autori famosi che, per un motivo o per l’altro, oscurate dai cosiddetti “capolavori”, i “classici”, finiscono ingiustamente con l’essere dimenticate.
Relegato ad essere un piccolo tesoro noto solo ai pochi che decidono di approfondire la conoscenza di Yasushi Inoue dopo la lettura di sue opere più celebri quali Il fucile da caccia o Il testamento di Honkakubo, il libro in questione si rivela invece essere uno squisito condensato della forma e della visione tipici del suo creatore.

Con il suo stile puntuale, preciso ed altamente descrittivo (tanto da potere risultare ad alcuni eccessivo o pedante), Inoue riesce ugualmente a mostrare la sua consueta sobrietà creando un intreccio narrativo in grado di affrontare poche tematiche ma sotto uno sguardo critico e chiaro che saprà scolpirsi nella vostra memoria…

Falsario 1


Trama

Il protagonista del romanzo, noto per le sue conoscenze artistiche e l’abilità nello scrivere, informa il lettore, parlando in prima persona per tutta l’opera, di essere stato contattato dalla famiglia di Ōnuki Keigaku, famoso pittore, al fine di redigere una biografia in occasione dell’anniversario di morte dello stesso artista.

Dopo essersi attivata per raccogliere quante più informazioni possibili in merito a Keigaku, tuttavia, la voce narrante pare perdere lentamente interesse nel lavoro commissionatole cominciando a procrastinarne la stesura. A distanza di tempo, esortato dalle richieste frequenti da parte di un parente del pittore defunto, il protagonista riprende controvoglia la propria mansione ma, questa volta, accade qualcosa di inaspettato.

Proseguendo nelle proprie ricerche, l’io narrante scopre dell’esistenza di un falsario, amico di Keigaku, di nome Hara Hōsen. A poco a poco, l’interesse del critico d’arte si sposterà sulla figura del contraffattore il quale, lentamente, si farà spazio nella vicenda divenendone la figura di spicco.

Attraverso testimonianze, falsificazioni di quadri e lettere scritte, il personaggio di Hara Hōsen si farà sempre più chiaro delineandosi come una figura patetica e, nonostante tutto, profondamente umana.


Una vita di fallimenti

Hara Hōsen è, a tutti gli effetti, un “fallito”, un uomo la cui potenziale crescita è stata oscurata dalla mirabile abilità dell’amico e collega Keigaku. Per quanto lotti strenuamente al fine di ottenere qualche riconoscimento, il falsario si ritrova sempre ingabbiato dal successo del grande pittore, imprigionato come un pesce rosso in una boccia di vetro dalla quale potere vedere il mondo, sognare e fantasticare ma rimanendo vincolato a compiere ciclicamente gli stessi movimenti, le stesse azioni, limitandosi a ricalcare le pennellate di opere già costruire.

Come un diamante grezzo, Hōsen tenta disperatamente fino alla fine della propria esistenza di trovare una ragione di vita, riuscire a compiere un gesto grandioso in grado di farlo brillare anche solo per un istante, uno scopo che sceglie di perseguire interessandosi alla pirotecnica per ottenere una inedita cromatura turchese con la quale fare esplodere, in un fuoco d’artificio, la forza delle proprie aspirazioni negate.

“Allora, erano belli?”

Era stato talmente occupato a lanciarli, i suoi fuochi d’artificio, che non aveva avuto neanche il tempo di guardarli.

[…]

“L’hai sentita la gente, eh? Come gridava estasiata!” aveva detto dopo qualche minuto a Tassan, senza voltarsi dalla sua parte.


Karma

Hōsen è, innanzitutto un essere umano e, come tale, egli è portato a desiderare, prefiggersi un obiettivo, avere uno scopo nella vita e così, di tanto in tanto, si avventura in imprese per lui palesemente impossibili struggendosi nel tentativo di raggiungere le stelle pur essendo consapevole di essere un figlio del fango, un tenero germoglio ai piedi di quell’altro albero che è Keigaku il quale, con la sua ombra, ne ostacola la crescita.

Il contraffattore pare essere forzato al proprio ruolo da una sorta di catena karmica, un destino inevitabile toccato lui dalla nascita che sembra segregarlo sempre in un ruolo secondario nelle vicende della propria esistenza, un fato in cui, per certi versi, ognuno di noi può rispecchiarsi, una triste quanto comune sorte che è in grado di porre in empatia il lettore con la figura dello stesso falsario facendo leva sulla forza della compassione e la limitatezza delle capacità umane.

“Se paragoniamo Keigaku […] a una promessa di gloria che si innalza nel cielo verso le nuvole, Hōsen ci appare in fin dei conti come un insetto senza forza, che strofinandosi a tanto splendore non poteva fare altro che rotolar giù.”.


L’arte e l'”autentico”

Frequentemente, all’interno dello scritto, ritroviamo il paragone tra l’opera originale, il dipinto di Keigaku, e la copia contraffatta di Hōsen. Vorrei trarre ispirazione da tale confronto per proporre una breve riflessione: cosa rende un’opera “autentica” piuttosto che “falsa”?

Qualcuno potrebbe pensare che la validità di un oggetto artistico risieda nel fatto che esso sia frutto della mano che lo ha ideato: nondimeno, se così fosse, non riusciremo a spiegarci la nostra devozione ad opere frutto di un lavoro collettivo e della tradizione come i canti popolari né, tantomeno, per quale ragione si definiscano patrimonio dell’umanità semplici luoghi fisici od aree naturali quali le linee di Nazca o, per fare un esempio più vicino a noi, le Dolomiti Bellunesi.

Non sarebbe dunque più corretto affermare che un’opera d’arte è tale non tanto in virtù del proprio creatore od ideatore quanto, invece, grazie ai valori che essa incarna, alle emozioni che suscita ed alle differenti connotazioni simboliche conferita ad essa non da un artista bensì dai singoli osservatori, dal pubblico?

Un cosiddetto “falso”, al pari di un “autentico”, è perfettamente in grado di regalare emozioni se investito di significato da parte dell’osservatore. L.H.O.O.Q e Fontana di Marcel Duchamp, in fondo, non sono forse oggetti prefabbricati o liberamente tratti da capolavori già esistenti? Ancora, se l’autenticità e la genuinità dipendessero dall’atto del creare in sé, come sarebbe possibile giustificare il successo riscosso, per esempio, dalla fotografia o dalle celebri ripetizioni seriali ispirate a Marilyn Monroe di Andy Warhol?


Spirito

Un oggetto d’arte diviene prezioso, alla luce di quanto detto finora, non in virtù dell’abilità tecnica o del manierismo bensì grazie alla carica affettiva e simbolica che possiede, un insieme di valori che aumenta con il passare degli anni. Tramandare un’opera rende possibile per questa arricchirsi di significati di volta in volta differenti, adeguandosi alla visione dei vari proprietari nonché alle ideologie dominanti delle varie epoche storiche. Lo “spirito” dell’arte in un dipinto, un quadro, una scultura o quant’altro vera e propria arte è, in definitiva, l’”interpretabilità” della stessa, l’insieme infinito di sfaccettature e traduzioni di cui essa stessa si compone.

Tsukumogami 付喪神 è un termine giapponese utilizzato per indicare un oggetto antico, spesso di uso quotidiano, che ha preso vita. È credenza popolare, nel Sol Levante, che lentamente utensili e manufatti assorbano lo spirito e le cure ricevute dai possessori per poi, dopo cento anni, divenire veri e propri spiriti, buoni o cattivi dipendentemente dal trattamento riservato loro in passato. Similmente a quanto avviene nel folklore nipponico, un’opera d’arte non è mai oggettivamente “bella” o “brutta”, “autentica” o “falsa”: la sua validità risiede piuttosto nella capacità dello spettatore di cogliere i concetti e la carica affettiva che l’artista, consapevolmente o meno, vi infonde.

Un dipinto è molto più di qualche pennellata di colore, di una mera rappresentazione visiva: in esso trova rifugio l’emotività del suo creatore che, se percepita e colta da un pubblico attento, sarà in grado di rendere apprezzabile anche un quadro dalla tecnica mediocre o, addirittura, un “falso” perché, in fondo, cos’è l’arte se non emozione?

E bisognava riconoscere che si trattava di un’opera ben più valida di quelle banalità dipinte da chissà chi […]. Emanava dalla scena un che di struggente che penetrava nel cuore. “C’è uno strano spirito lì dentro”, disse a quel punto Takuhiko, ed era proprio così, c’era qualcosa in quell’opera che si poteva definire uno spirito singolare.


Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa del tè in questione potete cliccare qui).

Aracha 荒茶, letteralmente “tè selvaggio/non rifinito”, è composto da fogliame semplicemente raccolto, lavorato a verde con la tradizionale tecnica giapponese di fissaggio al vapore ed arrotolato. Si potrebbe definire come la “materia prima”, non ancora raffinata, dalla quale prenderanno poi forma i diversi tipi di tè nipponici in seguito ad un accurato e meticoloso processo di selezione delle foglie, blending (miscelare foglie provenienti da diversi raccolti al fine di garantire l’ottenimento di un determinato profilo aromatico) e cutting (tagliare le singole foglie per renderle di lunghezza simile).

Ho scelto proprio l’aracha per accompagnare questa mia lettura. Esso, pur apparendo come un prodotto dalla fattura grossolana, può risultare tanto inappagante quanto rivelarsi un “diamante grezzo”. Un aracha infatti, potenzialmente, potrebbe anche essere composto da foglie di alta qualità destinate, magari, alla produzione di un pregiato gyokuro 玉露 e così, se saputo infondere con le dovute accortezze, cogliendo la sua essenza più profonda e nascosta, regalarci una tazza di tutto rispetto.

Proprio come Hara Hōsen, con le sue imperfezioni, la sua cromatura non perfettamente uniforme, qualche foglia più grande ed altre un poco più piccole tra le quali fanno capolino nervature ed alcuni rametti, l’aracha cela una bontà genuina, autentica, non influenzata dall’applicazione di tecniche ed artifici ma sicuramente in grado di evocare in noi, attraverso la sua semplicità e naturalezza quasi “primitiva”, emozioni o sentimenti incontaminati quanto profondi trasformandosi, così, in autentica forma d’arte

Omar

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