Un’estate con la Strega dell’Ovest: tornare bambini

Questo libro mi ha emozionato… ora sono qui, con il libriccino tra le mani eppure, nel tentativo di iniziare a catturare ed imprimere i miei pensieri nero su bianco, la mia mente continua a proiettarmi immagini della mia fanciullezza come una cinepresa impazzita che, incessantemente, riavvolge la stessa pellicola.

Un’estate con la Strega dell’Ovest (Kaho Nashiki) è senza ombra di dubbio un’opera breve ma molto potente, un amuleto in grado di evocare ricordi, esperienze e sensazioni infantili che, nel profondo, appartengono ad ognuno di noi. A pensarci bene, si tratta di una vera e propria porta aperta sul nostro passato, un passaggio in grado di connetterci con il bambino che siamo stati e sintonizzarci con le note più innocenti del nostro animo.

Nel Post Scriptium di epilogo, l’autrice afferma di avere voluto rieditare il presente volume, stampato per la prima volta nel 1994 riscuotendo grande successo in patria, nei tempi correnti non tanto per l’opportunità di approfondirne la trama attraverso tre racconti autoconclusivi quanto per la speranza di potere essere di aiuto a qualcuno…

L’intuizione della scrittrice potrebbe rivelarsi un’ancora di salvezza. In un mondo soverchiato dal lavoro, dalle regole, dal danaro, dai luoghi comuni, in un luogo dove il tempo è scandito dalla frenesia della tecnologia, dalle tabelle orarie dei più sofisticati mezzi di trasporto e dalle bombardanti immagini e notizia dei social media, il ricordo dei giorni trascorsi diviene a mano a mano più labile e, con esso, sfiorisce anche la nostra personalità.

L’opera di Kaho Nashiki, pregnante e di rapida lettura, riesce ad insinuarsi come un fulmine nella mente dei lettori contemporanei bene adeguandosi, grazie anche alla sua rapidità e semplicità di linguaggio, alla frenetica vita contemporanea ma, al contempo, saprà accarezzare le corde dell’emotività rianimando, quasi come farebbe un dottor Frankestein, l’indole umana ed autentica di ognuno di noi…

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Trama

“Wow. Fino all’altro giorno eri ancora una bambina, e adesso hai imparato a fare tute queste cose. Bisognerebbe pagare la nonna per le lezioni!”.

Mai, giovanissima studentessa, ha da poco iniziato a frequentare l’anno scolastico quando, d’improvviso, manifesta la volontà di non recarsi in classe. La madre di Mai, da un lato preoccupata, dall’altro comprensiva nei confronti della figlia, decide dunque di concederle un periodo di riposo a casa della nonna, soprannominata “La Strega dell’Ovest”.

Giunta a destinazione, la protagonista trascorrerà un periodo in compagnia della nonna stessa la quale, dal canto suo, le confesserà presto di avere poteri da “strega”. Mai, già affascinata dalle usanze Occidentali della nonna, di origini britanniche, resta così folgorata dalla notizia che decide di intraprendere l’addestramento per risvegliare la “magia” sopita che è in lei.

“Romanzo di formazione”

Un’estate con la Strega dell’Ovest si potrebbe definire, a ragione, un tipico “romanzo di formazione”. Mai, nel corso del percorso per divenire una “strega”, dovrà affrontare una serie di vicissitudini e situazioni, anche spiacevoli, che la metteranno di fronte alle proprie debolezze.

In sostanza, almeno in apparenza, parrebbe un modello narrativo già visitato e più volte recuperato da diversi autori in ogni ambiente letterario e tale fattore, palesemente innegabile, potrebbe sulle prime scoraggiare il lettore o diminuirne l’interesse verso l’opera. Nondimeno, il libro in questione basa la propria originalità non tanto sulla trama quanto, piuttosto, su alcuni elementi innovativi o, perlomeno, curiosi e degni di nota che, certamente, meritano di essere ascoltati.

Occidente in oriente

La nonna di Mai, come già citato, ha origini inglesi: spesso, di fatto, le sue parole appaiono misurate e, tra le frasi brevi e coincise, di tanto in tanto compare qualche espressione straniera come I know, tanto amata dalla protagonista. Senza ombra di dubbio, le usanze “esotiche” dell’anziana signora catturano la curiosità della bambina che, sin da subito, viene invitata a consumare pietanze non comuni in Giappone quali tè nero macchiato con il latte, prosciutto, bacon o quiches.

La madre di Mai, come intuibile, è dunque di origini miste, quello che nel Sol Levante verrebbe definito hāfu ハーフ (dall’inglese “half”, ossia “metà”), termine con accezione alquanto dispregiativa utilizzata per indicare, appunto, coloro metà giapponesi e metà stranieri. Che piaccia o meno, i giapponesi, perlomeno fino a tempi recenti, non tolleravano completamente gli individui in questione i quali, sovente, si ritrovavano limitati o discriminati in ambito sociale.

La mamma non si era mai riuscita a integrare in classe, anche perché di sangue misto. […] Mai pensò che, nonostante tutto, la mamma era arrivata addirittura a laurearsi in Giappone.

Nonostante le difficoltà impostale dalla propria condizione, la mamma della protagonista è comunque riuscita a costruirsi una carriera laureandosi ed assicurandosi una posizione lavorativa, entrambe ragioni di ammirazione da parte di Mai alla quale, naturalmente, non era affatto sfuggito l’atmosfera emarginante.

Magia “alternativa”

Leggendo il titolo di questo breve romanzo si potrebbe pensare di stare per affrontare una lettura di stampo fantasy e, in un certo senso, è proprio così, ma non nel senso che ci si aspetterebbe.

L’atmosfera fiabesca ed onirica del libro non è infatti legata ad elementi soprannaturali o figure mitologiche: al contrario, la “magia” del romanzo risiede in semplici gesti, oggetti, vicende del quotidiano ed usanze popolari della nonna, elementi che, filtrati dallo sguardo innocente e disinteressato di Mai, si ammantano di incanto creando nel lettore suggestioni che riaffiorano dalle sue radici più intime e recondite.

L’incantesimo di Un’estate con la Strega dell’Ovest nasce proprio dalla riscoperta dei gesti e degli elementi della realtà che ci circonda più genuini i quali, travolti dal nostro processo di crescita e dalla modernità, sono stati relegati ad elementi di poco conto.

“Coltivare il proprio giardino” (Spoiler)

“Scegli un pezzo di terra nel mio giardino, o sul monte, dove preferisci. Sarà tuo.”

 

La mano di Mai, con cui stava portando il pane alla bocca, rimase ferma a mezz’aria. Era un regalo che proprio non si aspettava. Quasi le mancò il respiro per la felicità.

Dopo alcuni giorni di permanenza nella casa della nonna, a Mai viene concessa la possibilità di scegliere un appezzamento di terreno di cui prendersi cura, nel quale potere crescere e piantare ciò che più le aggrada.

Devo confessare di essermi emozionato non poco di fronte all’entusiasmo della giovane protagonista rispecchiandomi perfettamente in essa: anch’io, infatti, da bambino ricevetti in dono una piccola aiuola nell’orto di famiglia e ricordo ancora la mia gioia nel vedere crescere le piantine che, con l’aiuto dei miei nonni, avevo piantato ed accudito.

Possedere un orticello, se da un lato è un’esperienza gratificante, dall’altra si rivela una tappa fondamentale della crescita personale: esso implica infatti anche un forte senso del dovere nonché di responsabilità trasmettendo non soltanto l’amore ed il rispetto verso la natura ma insegnando, contemporaneamente, il valore della carità e dell’altruismo, l’umiltà di “prendersi cura” di qualcuno o qualcosa.

Con un velato richiamo alla conclusione di Candido (Voltaire), Kaho Nashiki ci invita a tornare alle nostre origini per riacquisire l’abilità di intrecciare legami autentici basati sulla fiducia ed il rispetto reciproci attraverso la metafora dell’orto: l’umanità, sebbene presente in ciascuno di noi, non deve mai essere lasciata avvizzire. Solo coltivando amore è possibile dare e ricevere amore…

Corpo e spirito

La nonna, con un sorrisetto, aggiunse: “Però, se alleni la forza d’animo, non c’è problema!”.

“E come si fa?” chiese Mai zelante, senza lasciarle il tempo di aggiungere altro.

“Vediamo… Prima di tutto, bisogna andare a letto presto e svegliarsi presto. Non saltare i pasti, fare movimento, condurre una vita sana.”

Riuscite a immaginare quanto si demoralizzò Mai a sentire questa risposta? Per un po’ rimase in silenzio e poi fece un profondo respiro.

“Io non sono brava in quello. La notte leggo fino a tardi, in vacanza dormo anche fino al pomeriggio. Educazione fisica sono quasi più le volte che la salto, e non sempre mangio… Però queste cose fortificano il fisico, non lo spirito, o sbaglio?”

La nonna annuì.

“Può sembrare strano, ma all’inizio sono quasi la stessa cosa”.

All’inizio del proprio addestramento da “strega”, Mai pensa di dovere studiare su libri, imparare formule magiche e creare pozioni ma, con sua grande sorpresa, nulla di tutto ciò è contemplato. La nonna rivela infatti che, prima di giungere a compiere grandi imprese spirituali e magiche, è necessario rafforzare il corpo e la forza di volontà. Mai, attraverso il proprio “allenamento”, apprenderà così alcuni concetti cardine del pensiero giapponese.

Quanto professato dall’anziana donna, d’altro canto, veicola uno dei precetti fondamentali del buddhismo secondo il quale un corpo debole non potrà mai avere una mente “retta”. Per un monaco, infatti, anche un’azione quotidiana e ripetitiva come, per esempio, ripulire dalle foglie l’ingresso al tempio, non significa meramente adempiere ad un dovere ma, insieme, è un’occasione per tergere la propria mente liberandosi di futili pensieri.

Una mente sgombra è lo specchio di una volontà ferrea in grado di vedere con chiarezza il mondo circostante, senza giudicare: solo così è possibile raggiungere il proprio obiettivo senza distrazioni intermedie e mantenere la calma anche nei momenti più difficili.

“Però penso di avere un problema anch’io,” ammise Mai, con coraggio. “Ero troppo debole. Devo diventare abbastanza forte da essere indipendente, oppure scegliere la comodità del gruppo…”.

Fantasticare coi “piedi per terra”

“Nonna, il diavolo esiste davvero?” chiese con timore, convinta di ricevere una risposta negativa.

E invece la nonna rispose, chiaro e tondo: “Sì”.

Durante la propria maturazione, Mai si ritroverà di frequente in situazioni difficili che dovrà superare per ottenere i propri poteri. Paradossalmente, nel tentativo di raggiungere l’occulto la bambina dovrà affrontare prove che la metteranno faccia a faccia con la cruda realtà.

Tutte le insicurezze, gli asti e le paure della fanciulla le si presenteranno a mano a mano davanti e, con l’aiuto della nonna, si trasformeranno in opportunità per crescere.

Morte

Sin da subito, la protagonista non viene illusa dal proprio mentore circa le verità dell’esistenza: il male, i risentimenti tra individui e, infine, la morte non sono mai edulcorati bensì presentati in maniera cruda e schietta dalle parole della nonna.

La morte stessa, infine, gioca un ruolo cruciale all’interno del romanzo e si ripresenta più volte, dapprima profilandosi come una macchia nera all’orizzonte per poi, infine, coinvolgere più da vicino Mai che, in conclusione, riuscirà ad esorcizzarla vedendola semplicemente per quello che è, ossia una fase di quest’esistenza, una macchia nera che, nel profondo, terrorizza chiunque ma, dall’altro lato, ci rende tutti fratelli legandoci allo stesso, ineluttabile destino

Where there’s tea there’s… a book!

La nonna versò del latte nella tazza della nipote, aggiunse tè e gliela mise di fronte.

[…]

Mai fece un profondo sospiro e bevve un sorso. Era rimasto in infusione a lungo, aveva un profumo intenso ed era molto buono.

Sicuramente avrei dovuto scegliere un tè nero, lo sentivo nel profondo, ma non sapevo proprio decidermi… ogni tè, per quanto possa appartenere ad una categoria, ha le proprie sfumature, i propri odori, i propri colori, pregi e difetti inclusi. Quale, tra quelli in mio possesso, avrebbe saputo meglio coccolare le pagine di questo libro? Quando lessi le seguenti parole, però, ogni mia incertezza si dissipò e presi la mia decisione con la certezza che sarebbero state le foglie più adatte.

Quando ripenso a quella casa in inverno, mi torna sempre in mente quell’odore fumoso ma accogliente. Per quanto fastidioso – a volte al punto da farmi bruciare gli occhi e costringermi a sbattere le palpebre -, quel calore umido e semplice era inimitabile. 

Un tè nero, di certo, ma un tè nero giapponese! Sicuramente potrà sembrare strano, insolito: il Giappone, re indiscusso del tè verde, che produce tè nero! In realtà, ne tralascio gli aspetti storici, la tradizione di tale lavorazione è ben più presente, sin da tempi più antichi, in questo Paese di quanto non si pensi.

Tornando a noi, un tè nero giapponese rispecchia senz’altro lo spirito “hāfu” del romanzo: da un lato, richiama una delle bevande più consumante in Inghilterra, patria della nonna di Mai, dall’altro, essendo prodotto nel Sol Levante, il luogo natale di quest’ultima.

Quello che ho selezionato, però, come se già non fosse un prodotto abbastanza eccentrico, si distingue per una qualità unica del suo genere! Si tratta di un tè nero affumicato con legno proveniente da barili di conservazione del Whisky che, in virtù della propria unicità, ha addirittura saputo conquistare, nel 2014, la medaglia d’argento alla International Tea Tasting Competition.

Certamente non oserò, come probabilmente avrebbe fatto la nonna di Mai, intorpidire la bevanda con un goccio di latte caldo ma, certamente, inalando i suoi vapori di fumo e rimirando il suo intenso colore mogano, quasi cremisi, che richiama le tinte scarlatte delle fragoline di bosco le quali tanto catturano l’attenzione di Mai, i miei pensieri andranno al piccolo racconto nato dalla penna di Kaho Nashiki e, con una punta di nostalgia, mi consolerò con i caldi sapori della tazza che reggo tra le mani…

Prima di tutto, verso un po’ d’acqua bollente in una teiera vuota per riscaldarla, la svuoto nel lavello e la lascio sul tavolo. Prendo due cucchiaini di foglie di tè dal barattolo, li metto nella teiera fumante e ci verso l’acqua calda del bollitore. Chiudo il coperchio e lo lascio in infusione.

[…] Prendo una tazza dalla credenza e anche la tazza che ha lasciato lei.

Quando se n’è andata da questa casa, come ultima cosa ha guardato questa tazza e l’ha chiusa nella credenza, l’ho proprio vista mentre lo faceva. Avrebbe potuto portarsela via e invece è partita lasciandola qui, come una persona che a breve sarebbe tornata, anche se forse non erano queste le sue intenzioni.

Così ogni volta che vedo questa tazza mi riaffiorano tanti bei ricordi. Anche ora che se n’è andata continuo a sentire il suo affetto come quando era qui.

Verso il tè nelle due tazze, così che anche lei, oggi, possa trascorrere una giornata serena e tranquilla. Le volute di vapore salgono lente. 

Omar.

 

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