La fabbrica di cioccolato: il lato dolceamaro delle fiabe

Roald Dahl è un autore che, a distanza di anni dopo averlo conosciuto, sto ampiamente rivalutando. Sinceramente, non comprendo come possa essere destinato e recluso alla mera letteratura per l’infanzia. Nonostante uno stile semplice ed un lessico tutto sommato basilare, con qualche termine forse un po’ desueto, l’autore in questione porta alla luce problematiche più che mai attuali, sulle quali riflettere e meditare.

Con ogni probabilità un bambino, leggendo i suoi racconti, non sarà in grado di cogliere quell’umorismo nero (o black humor che dire si voglia) commisto ad un’arguta e sottile critica alla società moderna/contemporanea che distingue Dahl da tutti gli altri favolisti.

A dirla tutta, le fiabe e storie dello scrittore britannico sono sì grottesche ma, ad un’attenta analisi, dai risvolti piuttosto cruenti. D’altro canto, non dobbiamo certo stupirci: numerose sono le favole, anche più antiche, dalla conclusione negativa o raffiguranti scene di violenza.

Abbandonando ogni reticenza e pregiudizio, dunque, sento di dovere fare la mia parte nel fare riscoprire quanto più possibile il genio di Roald Dahl, forse troppo oscurato dai successi cinematografici ispirati ai suoi racconti come Matilda (Danny De Vito, 1996) o Willy Wonka & the Chocolate Factory (Mel Stuart, 1971) od il suo remake The chocolate factory (Tim Burton, 2005). Sicuramente, proprio grazie al botteghino, il romanzo più celebre è divenuto negli anni La fabbrica di cioccolato dunque, almeno per questo primo incontro, direi di cominciare proprio da questo breve e grazioso libro che, già dalle prime righe, trasuda magia e l’aroma di cacao, caramelle e zucchero filato!

La fabbrica di cioccolato 1

Trama

Questa è la storia di un normalissimo bambino di nome Charlie Bucket. Non era più veloce, più forte o più intelligente degli altri bambini. La sua famiglia non era né ricca, né potente, né influente, a dire il vero avevano a mala pena di che mangiare. Charlie Bucket era il ragazzino più fortunato del mondo, ma non lo sapeva ancora.

Con ogni probabilità già nota ai più, la trama de La fabbrica di cioccolato narra del colpo di fortuna di un giovane, brillante ma povero ragazzino di nome Charlie Bucket.

La grande fabbrica di cioccolato del signor Wonka, da sempre la più grande, famosa e geniale al mondo, ricca di mistero e preclusa alla visita dei cittadini, un giorno indice un concorso. Nelle tavolette prodotte dall’azienda stessa verranno inseriti cinque biglietti d’oro in maniera del tutto casuale: i fortunati ritrovatori avranno la possibilità di passare un’intera giornata in compagnia del signor Wonka alla scoperta della sua fabbrica. Al termine del tour, ciascuno dei vincitori riceverà una scorta di cioccolato e dolciumi a vita e, in più, ad uno di loro spetterà un premio misterioso ed “oltre ogni immaginazione”.

Charlie, nonostante il suo amore per la cioccolata, non poteva che potersene gustare una soltanto all’anno, in occasione del suo compleanno. Le umili origini e la precaria condizione economica della sua famiglia non consentivano nemmeno d’avere un pranzo ed una cena assicurata!

Dopo varie peripezie, il bambino riuscirà finalmente a stringere tra le dita l’ambito foglietto dorato visitando così la fabbrica in compagnia di suo nonno Joe… cosa potrebbe mai accadere? Quale sarà mai l’ambitissimo premio finale?

Stile

Roald Dahl è un autore, per così dire, “spudorato”. Non solo egli critica in modo sottile ed arguto numerosi aspetti della società ma, al contempo, possiede uno stile narrativo eclettico e semplice ma, proprio per questo, anche sfacciato, senza inutili virtuosismi e scorrevole.

Da subito, l’autore si rivolge direttamente al lettore, annullando perciò il consueto “distacco” che una storia in terza persona inevitabilmente comporta. Tuttavia, Dahl non rinuncia a quest’ultima tecnica letteraria alternandola alla parola diretta in maniera improvvisa ed imprevedibile così come accade con il frequente passaggio da finzioni letterarie a proseguo della trama.

Povertà

Solo una volta all’anno, in occasione del suo compleanno, a Charlie Bucket era dato assaggiare un po’ di cioccolato. Tutta la famiglia metteva da parte i soldi per quella speciale occasione e quando il grande giorno finalmente arrivava, gli regalavano sempre una tavoletta di cioccolato che Charlie poteva mangiare tutto da solo. Ogni volta che ne riceveva una, nel meraviglioso giorno del suo compleanno, la riponeva con cura in una scatolina di legno e ne faceva tesoro come se si trattasse di un lingotto di oro fino; nei giorni seguenti si permetteva soltanto di guardarla, senza neanche sfiorarla. Infine, quando proprio non ce la faceva più, ne scartava un angolino, scopriva una porzione piccola piccola di cioccolato e ne addentava un minuscolo pezzetto – appena appena abbastanza da permettere al dolce sapore del cioccolato di spandersi deliziosamente su tutta la lingua. Il giorno dopo dava un altro piccolo morso e così via, giorno dopo giorno. E così Charlie faceva in modo che una tavoletta di cioccolato da pochi soldi gli durasse più di un mese.

Come accennato in apertura, la famiglia di Charlie Bucket non versa in rosee condizioni economiche. La povertà, d’altro canto, rappresenterà l’opportunità, per il protagonista, di cogliere l’essenziale nella vita quotidiana, rinunciando ad atteggiamenti ed oggetti superflui, continuando ad essere autentico e disincantato.

La condizione della “povertà” in senso ampio, ancora, è un topos (motivo ricorrente) tipico della fiaba già dai tempi antichi nonché espediente letterario per sottoporre i personaggi ad un processo di formazione o scalata sociale esaltando, al contempo, la loro nobiltà d’animo.

Dahl, nonostante alcuni suoi aspetti esclusivi e contemporanei che avremo modo di vedere, non ripudia dunque la tradizione ricordando invece i maestri del passato. Conoscendo a mano a mano Charlie, così povero quanto di buon cuore, sin dalle prime pagine sembra riecheggiare l’insegnamento di H.C. Andersen

Non importa che sia nato in un recinto d’anatre: l’importante è essere uscito da un uovo di cigno.

(Il brutto anatroccolo, H.C. Andersen)

La fabbrica “delle meraviglie”

La fabbrica del signor Wonka è l’emblema dell’assurdo, del meraviglioso e del fantastico. Giardini di piante commestibili, chewing gum dai sapori più strani, caramelle che non finiscono mai, gelati che resistono al sole cocente per ore e piccoli operai in miniatura, detti Umpa Lumpa: sono solo alcuni dei segreti celati dalle fredde mura industriali.

All’interno della dimora del cioccolato la realtà viene completamente stravolta. L’impossibile diviene possibile e le leggi che regolano il mondo esterno paiono essere sovvertite in ogni momento. In breve, La fabbrica di cioccolato si potrebbe dire un degno erede di Alice nel paese delle meraviglie (L. Carrol).

La fabbrica di cioccolato si trova sottoterra, primo elemento in comune con il romanzo di Carrol il cui titolo originale era, per l’appunto, Alice’s Adventures Under Ground (Le avventure di Alice sottoterra). Celebre, poi, è la scena della discesa sulla barca attraverso un lunghissimo sistema di tubi nel quale persino Willy Wonka perde l’orientamento, elementi che ricalcano la caduta di Alice nella tana del bianconiglio.

Willy Wonka: insospettabile esteta

Avanzando nella lettura del romanzo, ci si rende tosto conto di quanto sia fondamentale la bellezza agli occhi del signor Wonka. Egli, sovente, non disdegna di trascurare il necessario al fine di ottenere la perfezione estetica, anche a costo di rompere gli schemi tradizionali ignorando, al contempo, la via più breve e semplice per giungere all’obiettivo nonché eventuali posizioni etiche.

Un ascensore di vetro che può andare da qualunque parte, una cascata per mescolare il cioccolato, una barca di caramella per muoversi all’interno dell’azienda: questi sono solo alcuni degli esempi che si potrebbero fare in merito al gusto esteta di Wonka.

Ancora, l’estetismo si fonde spesso con l’immaginario fungendo, al contempo, quale deterrente per esaltare lo black humor di Roald Dahl. Così, nel corso della narrazione, un bambino può essere salvato da morte certa soltanto poiché il suo “gusto” non si abbinerebbe bene alle praline prodotte dal macchinario nel quale è caduto o, allo stesso modo, lo sfondamento del tetto di una casa può essere giustificato da una mera entrata scenografica.

«Questa è una stanza molto importante!» esclamò il signor Wonka […]. «È il centro nevralgico di tutta la fabbrica, il cuore dell’intero sistema! Ed è così bella! Io esigo che i locali della fabbrica siano belli! Non sopporto la bruttezza negli stabilimenti industriali! Signori, entrate, prego! Ma, mi raccomando, ragazzi, state molto attenti! Non perdete la testa, cari! Non vi eccitate troppo! Mantenete la calma!»

Black humor

Più volte ho citato lo black humor, o “umorismo nero”, tipico di Dahl… ma di cosa si tratta?

La presente forma di umorismo è un genere satirico che allude ad eventi tragici quali la morte, la violenza o la guerra trasponendoli in situazioni grottesche o paradossali. Nella sua forma più raffinata, tale pratica può risultare non soltanto ironica e dissacrante ma anche un ottimo mezzo per esorcizzare le paure umane.

Nel caso di Dahl, lo black humor è sì un tratto caratteristico della penna in questione ma, contemporaneamente, funge da strumento per sottoporre ad aperta critica gli aspetti del mondo contemporaneo. L’autore, di fatto, non mancherà di redarguire i genitori per avere educato in maniera pessima i propri figli e lo farà sempre ricorrendo a situazioni macabre o pericolose edulcorate con elementi del fantastico o dell’infanzia.

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui).  

Un libro che trasuda odore di dolciumi e cioccolato, con una fabbrica di cioccolato, un protagonista che adora il cioccolato e con all’interno una cascata di cioccolato (chi non vorrebbe farci un bagno?!)… praticamente il tè se lo è scelto da solo!

Per questa lettura non potevo dunque che optare per qualcosa di estremamente dolce e “cioccolatoso”, dalle note intense di cacao e fondente ma con un tocco di frutti rossi e fragole che potesse ricordare anche tutte le altre prelibatezze sfornate dall’azienda del signor Wonka!

Un Souchong Liquor è dunque stata la mia scelta: un liquore dai sentori decisamente mielosi ma, non per questo, stucchevole. Una dolcezza perfettamente equilibrata tra la mellifluità del cacao e la soave asprezza dei frutti russi che non vi stancherà di certo lasciandovi in dono, sul fondo della tazza ormai vuota, un piacevole aroma di zucchero filato!

Per l’occasione, da amante del cioccolato, ho pensato di concludere questa esperienza abbinando alla bevanda aranciata un ottimo quadratino di cioccolato fondente 100% Domori varietà Criollo il quale, con la propria dolcezza intrinseca ed un dolce pieno, di latte e panna, completa alla perfezione i sentori del tè catapultandoci, ancora una volta, nel mondo incantato generato dalla mano di Dahl.

Omar.

 

3 pensieri su “La fabbrica di cioccolato: il lato dolceamaro delle fiabe

  1. Ammetto di non aver mai fatto una lettura tanto approfondita di Roald Dahl, in genere mi fermo a un livello puramente narrativo. Ora però ho voglia di rileggere le sue opere per vedere questi aspetti meno immediati…

    Piace a 1 persona

    • Felice di averti fornito uno spunto di riflessione nonchè di avere rinnovato il tuo interesse verso questo autore!
      Ri-leggere un romanzo è anche un po’ una rilettura di se stessi: chissà cosa scorgerai questa volta tra le righe!
      Magari, riuscirai a cogliere qualcosa che io ho ignorato quindi non mi resta che augurarti… buon viaggio!

      Piace a 1 persona

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