Golden bud: Jack in the box dorato.

Tipologia: nero.

Raccolto: 11 marzo 2019.

Produttore: Meileaf .

Provenienza: Fengqing, Yunnan, Cina, 1000m.

Cultivar: Da Ye Zhong.

Golden Bud Meileaf 4

Premessa

Come avrete notato, questa volta ho evitato di scrivere i parametri d’infusione: per quale ragione? Ebbene, il fatto è che, a causa della mia distrazione, la prima volta che mi sono approcciato a questo tè ho utilizzato un rapporto tra foglie ed acqua che esulava dalle linee guida proposte. Nondimeno, come risultato ho ottenuto un liquore ottimo ma completamente differente dalle aspettative, a dimostrazione di quanto anche un solo grammo di prodotto in più od in meno, in certi casi, possa comportare un’enorme differenza nel risultato finale.

In seguito ho deciso di ripetere l’esperimento attenendomi scrupolosamente alle direttive del produttore e, questa volta, le mie percezioni collimavano di buon grado con le note gustative in etichetta.

Nel tentativo di stimolare la vostra curiosità nonché invitandovi, come sempre, a sperimentare quanto più possibile, ho dunque optato per presentarvi entrambe le versioni di questo tè così singolare sottolineando, al contempo, differenze ed aspetti comuni delle due degustazioni.

Dianhong

Lo Dianhong è un tè cinese che presenta determinate caratteristiche. In primis, esso è costituito prevalentemente di soli germogli: la loro quantità sul prodotto totale può rappresentarne la totalità o solo una parte la quale, tuttavia, deve sempre essere maggiore rispetto al numero delle altre componenti.

Altra peculiarità, le foglie di uno Dianhong provengono da piante di varietà Assamica coltivate nello Yunnan, regione della Cina considerata la “culla del tè”.

Alla vista, il tè in questione si presenta, contrariamente a tutti gli altri appartenenti alla sua stessa categoria (tè neri), di un colore giallo intenso, quasi dorato. Tale aspetto è dovuto al processo di ossidazione che, all’inverso di quanto accade con le foglie, conduce i germogli ancora giovani ad assumere una colorazione citrina, cromatura che è valso loro il soprannome di “golden bud” (germogli dorati).

Gli stessi germogli

Prima di focalizzarci su ciò che divide le due sessioni che prenderemo in esame, poniamo la nostra attenzione su quanto rimane invece una costante in entrambi i casi, ossia l’aromaticità e la fisicità dei germogli.

A secco, possiamo apprezzare la graziosa forma arricciata che ricorda quasi una piccola chiocciola bicromatica, a cavallo tra il grigio ardesia e screziature oro antico con l’evidente e tipica peluria che distingue i giovani virgulti.

Per quanto riguarda l’aromaticità, mi sento di contraddire le note presenti in etichetta, che segnalavano ricordi di mou, ribes neri e pepe. Al contrario, ciò che ho percepito nettamente in entrambe le infusioni era un odore dallo sfondo salino, più vegetale del previsto, che rimandava piuttosto a droghe quali l’origano ed alle melanzane grigliate, con un accenno alla frutta secca simile alle caldarroste od ai pistacchi.

L’aroma dei germogli inumiditi, completamente aperti e dal colore tronco/castano, invece, cambia note di fondo, pure mantenendo lo stesso profumo predominante di erbe, donando note più calde di patate al forno e pangrattato.

Prima degustazione

(Infusione orientale; 50ml; 2,8g; 90°C; 10-15-20-25-30-35-40-45 sec.; 8 infusioni)

Limpido e di colori che spaziano dal whiskey al caramello bruciato, il liquore esala odori floreali di tiglio e fiori di zucca in pastella mentre, al palato, la prima tazza di distingue per un rapido e fugace attacco salino, d’origano, timo e verdure alla griglia, un inizio che lascia subito spazio ad un sentore di malto con una coda mielosa e leggermente secca.

A partire da metà sessione, compare una strana amarezza simile al grano saraceno la quale cederà presto il passo, nelle ultime profusioni, a sentori più fruttati, di albicocche fresche, mutando anche il ricordo nella persistenza stessa, dapprima simile alla senape ed al fieno greco nella quarta e quinta infusione, poi a latte e cacao amaro nelle restanti.

Con un corpo piuttosto denso, una lunga persistenza ed una minima astringenza, presente solo alla fine, il fluido conferisce alla tazza vuota un aroma di croccante d’arachidi.

Seconda degustazione

(Infusione orientale; 50ml; 1,5g; 90°C; 15-20-25-30-35-40-45-50 sec.: 8 infusioni)

Attenendosi alle linee guida suggerite, il colore del liquore, sempre limpido, risulta di tonalità più chiare, tenenti all’oro antico, già dal primo sorso ci si accorge di come, nonostante la permanenza di un repentino accenno salino iniziale, i sentori siano completamente differenti dalla volta precedente. Segue, infatti, un cuore maltato di frappè al cacao o cioccolato al latte seguito da quel sentore di albicocche fresche il quale, nella previa esperienza, emergeva soltanto dopo varie infusioni.

Nelle infusioni intermedie, invece, l’abbraccio fruttato tenderà a svanire cedendo il passo ad una persistenza più asciutta, vagamente di cacao amaro. Parimenti, la salinità d’attacco andrà trasformandosi, facendosi sempre più evanescente, nella dolcezza della melassa e del malto. Procedendo, agli sgoccioli della degustazione avremo un ritorno della mineralità salina iniziale ed il ritorno, in coda, della sensazione di latte e cacao.

Meno denso rispetto all’esperienza precedente, il liquore mantiene comunque un corpo medio/alto sviluppando una minore astringenza nelle infusioni tarde e mantenendo un’uguale, duratura seppure differente, persistenza.

In tazza, oltre alla reminiscenza del croccante alle arachidi, è presente una certa “rotondità” altresì similare al crumble.

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Conclusioni

Questa insolita degustazione ci insegna quanto variare di poco anche solo un parametro d’infusione possa comportare, in certi casi, un’enorme differenza nel risultato finale. D’altro canto, la variabilità è una caratteristica fondamentale del tè, un piccolo neo che, proprio per questo, ce lo fa amare ancora di più, invitandoci e spingendoci a metterci sempre in discussione, sperimentare e meravigliarci ad ogni singola, nuova esperienza.

Ovviamente, non posso non consigliarvi di sperimentare quanto prima possibile uno Dianhong, tè nero di varietà Assamica ma, grazie alla presenza preponderante di gemme, dalle note più delicate rispetto ad altri ad esso similari.

Probabilmente, a posteriori, ritengo di essere stato più propenso a percepire l’aroma di origano e droghe poiché quest’ultime appartengono maggiormente al mio quotidiano diversamente da quanto, credo, accada per l’autore delle note generali in etichetta, di origini britanniche.

In chiusura non posso che esortarvi a testare, sperimentare, variare e, ancora, a non pensare mai di essere in torto o ragione. Anche se alcuni fattori sono oggettivi, il mondo del rimane in larga parte soggettivo: non esiste un modo “giusto” o “sbagliato” di descrivere un profumo od un sapore in quanto, molto di quello che sentiremo, sarà il riflesso diretto della nostra esperienza personale, del nostro vissuto. A voi, è mai capitato di specchiarvi in una tazza di tè?

Omar.

2 pensieri su “Golden bud: Jack in the box dorato.

  1. Buona sera Omar è quello che appunto mi chiedevo, esprimere quale gusto possiamo percepire sorseggiando un tè. Il mio primo passaggio è sempre quello di annusare una bevanda un cibo per capirne le varie sfumature per poi in un secondo momento metterlo in bocca per confermare oppure no quelle che sono le mie percezioni. Come dici tu ovviamente ognuno fa paragoni sul bagaglio di aromi gusti e sapori che si porta appresso da una vita.
    Di conseguenza è sempre molto soggettivo e come tu ci hai fatto notare anche tempi diversi di infusione cambiano in modo importante il gusto di un tè.

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