Slender Man: il popolo diventa scrittore

Lo ammetto, a volte scelgo i libri proprio dalla copertina o per la loro edizione: insomma, non posso proprio resistere ad un ad un libro “bello”, nel senso estetico del termine, intendo. Per quando riguarda Slender Man, non potevo non notare quel volumetto nero, sul quale campeggiava il volto dell’ormai celebre figura horror con il suo volto candido che spiccava come una chiazza d’inchiostro bianco s’un foglio cinereo. Aggiungiamoci una copertina rigida e l’acquisto è presto fatto.

 

Slender Man

Non avevo grandi aspettative ma, per certi versi, ho dovuto ricredermi. Si tratta di un romanzo certamente eclettico, eccentrico e, per certi versi, innovativo, sicuramente sperimentale. D’altro canto, alcuni aspetti mi hanno deluso, parendomi piuttosto un calco di stereotipi già sondati in letteratura o tentativi poco riusciti di reinventare i “classici”. Tuttavia, ritengo che Slender Man possa essere un punto di partenza per dare un’idea di una possibile evoluzione del genere horror che, personalmente, adoro.

Trama

Matt Barker, giovane adolescente, soffre di incubi notturni, ragione per cui, sotto pressione dei genitori, comincia ad affrontare un percorso di guarigione presso una psicologa. Per il resto, Matt è un ragazzino ordinario, assiduo frequentatore della scuola, riservato ed un po’ nerd.

Senza dare troppo nell’occhio, il protagonista conserva con Lauren un’amicizia “virtuale” ma sincera, disinteressata e di lunga data. I due, di fatto, sono amici sin da quando erano bambini e, sebbene non lo diano a vedere pubblicamente, strettamente legati ed in contatto confidenziale.

Un giorno, però, Lauren scomparirà misteriosamente: allo stesso tempo, gl’incubi di Matt si faranno sempre più frequenti, mescolandosi in maniera indistinta con la realtà e, dalle tenebre, a poco a poco emergerà una figura avvolta nell’oscurità, senza volto, dal viso bianco e freddo come la neve… Slender Man! Cosa potrebbe volere la creatura mostruosa? Per quale ragione compare nei sogni di Matt? È in qualche modo responsabile della scomparsa della ragazza?

Stile

Leggendo il racconto in questione, dimenticatevi di qualsivoglia linguaggio letterario, sia esso di alto o basso registro. Il tono utilizzato dall’autore è prettamente colloquiale, sintetico, tipico del parlato quotidiano, qualità che contribuisce ad arricchire di maggiore credibilità la storia.

Ancora, la ricorrenza frequente di parole volgari o sintassi popolari contribuisce a sua volta a connotare ancora più la narrazione d’una vena realistica ed affine al lettore.

Narrazione a pezzi

Cosa che colpisce nell’immediato il lettore è l’assenza di un arco narrativo continuo e sequenziale. L’intera vicenda, di fatto, viene dedotta dal lettore attraverso la visione di una serie di documenti, e-mail, sms, messaggi WhatsApp, pagine di diario personale, ecc. parte di una finzione narrativa la quale, in un certo senso, ricorda (anche troppo) quella presente in una pietra miliare dell’horror: Dracula(Braham Stoker).

Se da un lato, come accennato, la scelta del metodo narrativo potrebbe suonare come un’imitazione di un vecchio successo, dall’altro bisogna rendere onore all’autore di avere modernizzato e reinventato tale espediente sostituendo il carteggio epistolare con mezzi di comunicazione scritta odierni e, sicuramente, più credibili agli occhi di un lettore del XXI secolo.

L’autore che non c’è

Ebbene sì, sforzatevi pure quanto volete, cercate sulla copertina, nella sinossi, tra le singole pagine alla ricerca di qualche codice criptato, persino negli spazi bianchi ma, ve lo garantisco, non troverete mai il nome dell’autore. Quest’ultimo, infatti, pare avere volontariamente omesso il proprio nome, scelta che, ancora una volta, presenta un aspetto positivo ed uno negativo.

Sicuramente, la mancanza di uno scrittore (dichiarato) contribuisce a continuare la finzione letteraria, conferendo maggiore credibilità alla storia, riuscendo a portare un poco del contenuto del libro nel mondo reale, aumentando il senso di angoscia. Parimenti, ritengo l’anonimato una “scelta di comodo”, un modo per evitare eventuali critiche oppure per sorvolare su eventuali spiegazioni o domande. In breve, una decisione geniale e vigliacca allo stesso tempo…

Modernità e contemporaneità

Hai presente quando, di solito nei film o nei libri, l’eroe è chiamato a un ruolo di cui non è ancora consapevole? Come Luke Skywalker, che è destinato a diventare un grande Jedi e condurre l’Alleanza Ribelle alla vittoria ma non lo sa perché vive a Tatooine, o come Frodo, che è stato scelto per distruggere, un giorno, l’Unico Anello sul Monte Fato ma pensa che resterà nella Contea per il resto della sua vita?

Nello scritto, oltre all’allusione a mezzi di comunicazione tecnologici, ricorrono numerosi riferimenti ad opere artistiche di vario genere appartenenti alla contemporaneità e modernità. Alcuni esempi? Già nelle prime pagine possiamo incappare nel richiamo a Il Signore degli Anelli (J.R.R. Tolkien) o Star Wars, elementi che, con assoluta certezza, contribuiscono ad avvicinare la lettura al pubblico giovanile ma, nello stesso tempo, a relegarla forse ad un’opera destinata a non avere ampio pubblico in futuro, quando i tempi cambieranno e tali riferimenti non saranno più così immediati al lettore.

Un’altra, importante caratteristica che delinea l’attualità del romanzo è la presenza della figura stessa dello Slender Man, creatura sinistra creata proprio dalla società contemporanea grazie al successo dei creepypasta (opere letterarie a tema horror, di lunghezza e complessità di trama variabili, diffusesi sul web e nelle quali, solitamente, l’autore non si palesa).

Paure ancestrali

Il terrazzo esterno era buio e avvolto nell’ombra e la mia testa correva a velocitò folle alla sola idea delle cose che potevano esserci là fuori ad aspettarmi. E mi è venuto questo pensiero, come quando, da bambino, pensi che sotto il tuo letto c’è un mostro ma che non potrà catturarti finché tiene le braccia e le gambe sotto le coperte, come fosse una logica che non fa una grinza. Era una cosa del genere.

Non è intenzione dell’autore creare un romanzo horror improntato sulla violenza o sulla paura “visiva” tanto quanto, invece, generare una sorta di angoscia sottile nel lettore, scegliendo di omettere eventuali dettagli macabri o raccapriccianti per evocare piuttosto le paure più antiche, profonde e radicate dell’uomo. La presenza del buio, della foresta, di un essere umanoide senza volto: tutti richiami all’ignoto, ciò che più spaventa l’essere umano, l’incapacità di conoscere, vedere, comprendere, razionalizzare…

Indifferenza

Grande e forse unica tematica trattata veramente per intero lungo il corso della narrazione è la diffusa apatia che segna i giorni odierni. Matt, il protagonista, pure narrando anonimamente la propria vicenda non viene creduto da alcuno: le sue, agli occhi degli altri, sono soltanto fantasiose e terrificanti favole, secondo qualcuno nemmeno narrate tanto bene.

Chi non ha provato, nella propria vita, la sensazione di essere incompreso, abbandonato a sé stesso e non creduto? Quante persone sarebbero disposte realmente a tendervi la mano qualora inciampaste per strada? Come ho detto altre volte: la tecnologia ci sta agevolando in molte faccende ma al prezzo di aumentare, quasi impercettibilmente, la distanza tra noi, facendoci smarrire il “contatto umano”, raffreddandoci e levigandoci sempre più come automi di freddo acciaio.

Riflessioni

Dopo avere assaporato anche l’ultima pagina, mi sento di esprimere un’opinione personale in merito all’opera in questione, nella speranza che nasca un confronto vivo ed uno scambio d’opinioni o, più semplicemente, di suscitare l’interesse di qualcuno in merito alla tematica affrontata.

Indiscutibilmente, come ho velatamente ma a più volte sostenuto nel corso della mia recensione, l’autore ha operato delle scelte curiose, eccentriche ma, allo stesso tempo, di “marketing”. È innegabile: la scelta di un soggetto così popolare; il formato breve, semplice e scorrevole; il richiamo a sistemi di comunicazione tecnologici tra i quali pc, e-mail e smartphones nonché app note ai più; la decisione stessa di creare mistero attorno all’artefice stesso dello scritto. Tutte queste sono soluzioni adottate nel tentativo di rivisitare un genere letterario in chiave moderna o, piuttosto, espedienti per vendere il maggiore numero di copie possibili?

Ad ogni modo, in qualunque modo la pensiate, Slender Man rimane comunque un titolo curioso che vale la pena di essere letto, perlomeno dagli amanti del genere. Forse non sarà una vera e propria rivoluzione, ma potrebbe essere il punto di svolta per quest’ultima, il trampolino di lancio per il futuro dell’horror, quantomeno una prospettiva differente.

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui).

C’erano alberi dappertutto. Ma proprio dappertutto. È questa la prima cosa che ricordo. Non so di che tipo erano e neppure dove si trovavano. Visto che Central park è a due isolati da qui forse sarebbe logico ipotizzare che fossi lì, ma non credo. Non ho visto nessun viale o aiuole fiorite o altro di familiare. E gli alberi sembravano più vecchi. Come se fossero inselvatichiti, lasciati liberi di crescere dove volevano senza incontrare ostacoli. Ne ero completamente circondato e ricordo di aver guardato in su e visto il cielo, ed era nero. Non violaceo o grigio antracite, o blu scuro, o con quel bagliore giallo pallido che sovrasta sempre Manhattan. No, era proprio nero.

Il richiamo ad un Pu-Erh è stato quasi immediato: con i suoi sentori legnosi, di terra bagnata, petricore e minerali si allinea meravigliosamente con l’atmosfera tetra e boschiva più volte descritta dal protagonista.

Nondimeno, non ho voluto osare con un Pu-Erh dalle note terrose troppo accentuate: d’altro canto, Slender Man non presenta mai descrizioni cruente dettagliate ragione per la quale si potrebbe definire un horror “leggero”.

Il Mengku Grade 3 Ripe Pu-erh tea Mini Tuo Cha era quello che faceva al caso: nonostante presentasse le qualità di cui sopra, possedeva una sorta di sommessa dolcezza e rinfrescante acidità che, in qualche modo, risultavano piuttosto confortanti e smorzavano la forte personalità dei tè fermentati.

Rassicurante ma dalle tonalità mogano e borgogna, con le sue tinte rossastre evoca il sangue che, di tanto in tanto, come in ogni storia dell’orrore che si rispetti, sgorga tra le righe del libro.

Inquietati? Ebbene, ancora una volta il tè ha saputo sorprendermi, facendomi sentire al sicuro, ricordandomi un sapore molto speciale, legato alla mia infanzia… siete curiosi? Allora, se non lo avete ancora fatto, correte a leggere i dettagli, vi aspetto in salotto con una buona tazza di Pu-Erh!

Ora lo distinguo. Non c’è via di uscita e in ogni direzione ci sono solo alberi e fa freddo ed è buio e non so, semplicemente non so, credo di essere nei guai, credo di essere nei guai di brutto.

Omar.

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