Una famiglia: il suono dell’amore

Kenzaburō Ōe è l’autore di questo breve romanzo autobiografico ma, contrariamente a quanto vi aspettereste, il vincitore del premio Nobel per la letteratura del 1994 non ne è il protagonista e, sebbene voce narrante, lascia il palco ad un’altra figura, per lui estremamente importante: suo figlio, Hikari Ōe.

Una famiglia 4

A dirla tutta, nel libro non si tratta nemmeno di Hikari Ōe, non in senso stretto almeno. “E di cosa parla allora questa sorta di opuscolo?”, vi starete chiedendo… beh, la verità è che parla di un argomento piuttosto comune quanto spesso sottovalutato e dato per scontato, ossia dell’infinito, disinteressato ed eterno amore che un genitore prova nei confronti del proprio figlio, a prescindere dalla sua natura e dai suoi interessi.

Trama

Anche sul piano strutturale, il testo si presenta privo di un continuum ma, piuttosto, come un avvicendamento ed accostamento di varie esperienze personali, concrete od emotive che siano, riportate dall’autore stesso e sempre in qualche modo legate alla figura di Hikari, portatore di handicap.

Nato con una malformazione al cervello, di fatto il bambino ha rischiato seriamente la vita per affrontare un intervento il quale, asportando il bozzo in questione, è riuscito a concedergli di continuare la propria esistenza ma al prezzo di danni mentali permanenti.

Pregiudizio ed isolamento sociale, difficoltà nella parola e nell’apprendimento, comportamento instabile, crisi epilettiche frequenti ed aspetto esteriore diverso da ciò che la popolazione definisce a torto “normale”, Hikari ha dovuto combattere per trovare la propria strada ritrovando nella musica, nel suono, il proprio mezzo di comunicazione ed apprendimento della realtà circostante.

Una famiglia 1

Una famiglia è la storia di come l’amore, sopra ogni cosa, riesca a vincere qualsivoglia ostacolo, abbattere ogni stereotipo e risuonare, come una dolce melodia, nel cuore di ognuno di noi, comunicando con il profondo dell’animo, senza necessità d’altro, senza giri di parole, artifizi o simbolismi, nel modo più puro ed autentico possibile.

Speranza

Hikari 光 significa “luce” ma anche “speranza”. Kenzaburō e sua moglie non potevano scegliere nome migliore per loro figlio! Certamente, Hikari è il simbolo della speranza ma, allo stesso tempo, anche un lume, un raggio di sole che, come un fulmine a cielo sereno, ha folgorato ed illuminato la famiglia Ōe rendendo, per certi versi, la loro vita migliore, più autentica ed innocente, costringendo i propri famigliari a parlare un po’ più con il cuore e meno con la mente…

Rifiuto

In tutto il mondo il tema dell’emarginazione, in una forma o nell’altra, è al centro dei dibattiti etici da sempre ma, nello specifico, il Giappone vede una forte repulsione nei confronti dei disabili. In una società fortemente gerarchizzata, costruita come una macchina nella quale ogni individuo gioca un ruolo specifico e costituisce soltanto un ingranaggio che deve essere funzionale al proprio dovere, un portatore di handicap è forse percepito come un “pezzo difettoso”, incapace di svolgere al meglio il suo lavoro e, per questo, inutile, un sovraccarico per l’intero sistema.

Lottando contro il senso comune, Kenzaburō e famiglia riusciranno a scovare in Hikari un tesoro nascosto dimostrando non soltanto al Sol Levante ma al mondo intero che dalle ceneri possono nascere incantevoli fiori…

Medico e uomo

Se penso a questa visita, mi rendo conto che ci sono molti pazienti che hanno bisogno di me, e voglio assolutamente tornare al più presto a occuparmi di loro – suppongo sia la consapevolezza del medico, che probabilmente si sviluppa spontaneamente nel corso degli anni, di essere un punto di riferimento; e guardandomi dentro, sento che devo sforzarmi di continuare a migliorare.

Di particolare sensibilità emotiva è la descrizione che Kenzaburō regala del medico che ha seguito il percorso di cura del figlio Hikari. La figura del dottore viene definita sì in maniera professionale e come estremamente abile nel proprio mestiere ma, al contempo, ne vengono esaltata la totale abnegazione profusa nonché il profondo senso d’altruismo instaurato con i pazienti, entrambi sentimenti ch’esulano dal dovere lavorativo.

Se da un lato Hikari è stato per lo scrittore come una luce divina, rivelatrice, dall’altro il medico si è rivelato un angelo in grado d’infondere speranza e desiderio di vivere, sia nel padre che nel figlio!

Umiltà

Ci vuole una certa dose di coraggio- e di un coraggio venato di amarezza- per ammettere che ci sono stati e ci sono momenti in cui qualcuno nella mia famiglia non riesce a controllare la rabbia nei confronti di Hikari; e mi riferisco soprattutto a me stesso.

Spesso, l’autore ammette i propri difetti ed i propri errori dando mostra di un’umiltà senza pari ma, al contempo, sottolineando con crudo realismo quanto anche nella relazione con un portatore di handicap non manchino attimi di tensione, incomprensione, smarrimento e paura.

Se talvolta capita di immaginare i genitori di un disabile come veri e propri martiri, altre volte l’opinione popolare tende a tratteggiarli come modelli di perfezione, santi in grado di affrontare qualunque problema o sofferenza dei quali imitare l’atteggiamento sempre positivo nei confronti della vita. Ebbene, questo libro ci dimostra che non è affatto così: anzi, le problematiche non mancano affatto e, talvolta, non sempre si affrontano immediatamente nella maniera corretta.

Musica

Ci sono cose che, se non fosse stato per la musica, probabilmente mio figlio non sarebbe mai riuscito a esprimere, e delle quali io, sua madre e i suoi fratelli saremmo rimasti completamente ignari.

Kenzaburō evidenzia più volte la chiave di svolta che la musica ha rappresentato non solo nel rapporto tra lui e Hikari ma, allo stesso tempo, tra Hikari ed il mondo circostante. Attraverso alcuni giochi d’infanzia, infatti, il padre è stato in grado di cogliere una particolare affinità della prole con il suono consentendogli e permettendogli di affinare tale capacità, intravedendone una possibilità di comunicazione alternativa.

Grazie alla musica, Hikari ha trovato un’occupazione e conferito un senso alla vita ma, anche, elaborato un proprio mezzo espressivo, un linguaggio per parlare e, soprattutto, ascoltare, capire le persone con le quali viene in contatto. Attraverso l’orecchio, il protagonista riesce a fare sentire la propria voce e cogliere significati che vanno oltre alle parole del suo interlocutore.

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Sensibilità

Io interpreto il termine “compassione” usato da Shiki come la “capacità spontanea e insieme voluta di cogliere quanto alberga nell’animo della persona che ci sta di fronte”.

Come sottolineato dal padre, Hikari, così come ogni disabile, avendo trovato mezzi alternativi di relazionarsi ha appreso ad appellarsi non tanto alle parole quanto ai sentimenti di ciascuno. Per tale ragione, attraverso il suono, il figlio riesce a relazionarsi con la parte più intima d’ognuno, non lasciandosi raggirare da maschere o finzioni, cogliendo anche la più minima vibrazione emotiva tramite una profonda empatia, tipicamente umana ma spesso sopita, in grado di comunicare in maniera diretta e sincera, senza mediazione alcuna.

[…] quest’affermazione può suonare paradossale, ma credo che la lingua delle nostre quotidiane conversazioni, così piena di ambiguità e di sfumature, crei delle difficoltà di comunicazione molto più spesso di quanto non si supponga, e questo anche perché, per riuscire a capirsi completamente, chi parla e chi ascolta devono potersi basare su un retaggio di esperienze comuni.

Non solo autobiografia

Nello stendere quella che, come abbiamo definito, è un’opera essenzialmente autobiografica, Kenzaburō dimostra ancora una volta di abbandonare ogni mania di protagonismo affidando la stesura della postfazione alla moglie la quale, seppure esprimendosi con parole semplici ed in poche righe, riesce ugualmente ad esprimere un punto di vista differente rispetto a quello della voce narrante nonché a trasmettere quell’affetto e legame incondizionato che intercorre tra mamma e figlio.

Un tempo, a Kita Karuizawa, di fianco a mio marito intento nel suo lavoro, Hikari giocava a fare il compositore, e io a fare la disegnatrice; adesso, lui è diventato un vero compositore, mentre io sono ancora qui che gioco alla disegnatrice… ma non importa, sono comunque felice che mi sia stata data quest’opportunità.

Yukari Ōe

Conclusioni

Una famiglia non può definirsi un romanzo in senso lato ma, sicuramente, specie nei giorni che stiamo vivendo, vale la pena di essere letta in veste di “insegnamento di vita”, per non perdere mai la speranza, la dedizione e la cura verso il prossimo.

Lo scrittore dimostra altresì un’estrema sensibilità e trasparenza d’animo, nonché onestà e riconoscenza sia umana sia intellettuale, ammettendo con franchezza i propri sbagli e lodando la dedizione personale oltre che professionale che alcuni medici sfoggiano nel loro lavoro.

Ammantandosi anche di cenni storici alla catastrofe di Hiroshima, Kenzaburō Ōe dipinge con estremo realismo una cruda verità che, però, è in grado di fare sognare tramite la propria semplicità, franchezza ed intensa carica emotiva.

Ciò che talvolta appare un limite od un ostacolo, come dimostra la stessa esistenza di Hikari, può invece tramutarsi in un nuovo mezzo per conoscere o vedere il mondo come nessun’altro potrebbe fare. Una cicatrice, proprio come un tatuaggio, non ci rende forse unici e speciali?

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

River High, un oolong cinese aromatizzato con polvere di ginseng, è il tè che ha subito richiamato Una famiglia alla mente.

Prima di tutto, è un tè “diverso” già a partire dalla vista. Le foglie che appaiono quasi come piccoli sassolini, l’insolita patina che ricopre le stesse, il sapore inusuale ma, sopra ogni cosa, il suono! Sì, perché è un tè che sprizza, letteralmente, vita in tutti i sensi!

Non appena l’acqua accarezza le foglie, si sprigionano tante piccole bollicine creando una sorta di delicato effetto frizzante, energico al solo vedersi, che richiama la voglia di vivere incarnata da Hikari così come il rumorio del liquore scoppiettante crea una melodia soave e rilassante. Il ginseng stesso, poi, è noto per essere una potente radice corroborante, in grado di restituire vigore e vitalità.

Il liquore, infine, ha un sapore deciso, definito e presente fino alla fine, capace di penetrare a fondo i nostri sensi proprio come l’animo sensibile del figlio di Kenzaburō riesce a fare cullandoci con le sue semplici ma toccanti quanto profonde melodie.

Per chiudere in bellezza, dunque, almeno stavolta, perché non accendere lo stereo, posare per un momento il nostro libro, e sorseggiare una tazza di tè in compagnia del protagonista, lasciando che le nostre corde più intime vengano pizzicate dalle note di Hikari?

Omar.

 

4 pensieri su “Una famiglia: il suono dell’amore

  1. Omar, sono giorni difficili vero…Avevo lasciato questa tua mail li per poi leggerla. Oggi ho deciso di farlo, e credimi mi rimaneva intrappolato il respiro per tutta la poesia che ne scaturisce, anche perchè hai messo insieme letteratura, musica e tè. Nutrimento completo per lo spirito, per me oggi forse anche troppo. Ma come non ringraziarti per queste tue passioni e questi tuoi doni nel condividerle? Quindi grazie, grazie per tutta questa Arte.

    Piace a 1 persona

    • Grazie Luciab
      Non so se sia arte o meno, ma suscitare emozioni è proprio il mio scopo, dunque sono io a dovere ringraziare chi riesce a cogliere i miei intenti! 😊

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  2. Condivido pienamente Omar il tuo è un dono, che non tutti sanno cogliere perché presi dal proprio egoismo dal proprio cinismo, credo che solo una mamma possa veramente capire bisogni di un figlio, ma non è un dono così scontato!!
    Ascolto, comprensione, intuizione, amore, disponibilità, volontà, energia, sorrisi e tanti abbracci meritano i bambini ancor di più in quelli che riconoscono di avere una difficoltà.
    L’armento è ampio e profondo ma mentre sto scrivendo queste righe sto ascoltando questa dolce melodia che mi tranquillizza e mi fa stare bene.
    Grazie ancora Omar

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    • Già, le melodie di Hikari sembrano proprio rivolgersi direttamente al nostro cuore, senza bisogno di mediazioni ulteriori!
      In questi tempi difficili, volenti o nolenti, siamo costretti a convivere a stretto contatto anche con persone che, magari, già facevano parte del nostro quotidiano come figli o genitori. Invece che cedere alla tentazione del litigio, invece, potremmo sfruttare quest’occasione per imparare ad ascoltarci meglio, come mai abbiamo fatto finora nonostante tutto il tempo trascorso assieme e, forse, scoveremo aspetti di persone che pensavamo di conoscere a fondo i quali ci erano totalmente ignoti. Grazie alla quarantena, tutto sommato, alcuni potrebbero sviluppare un’intesa speciale!

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