Spring 2019 Jin Jun Mei: fragole al “doppio cioccolato”, grazie!

“Capriccioso” è forse la prima parola che mi viene in mente dopo avere avuto la mia prima esperienza con uno Jin Jun Mei. Da un lato, il tè ha sicuramente una personalità a dire poco eccentrica ma, dall’altro, presenta un’estrema sensibilità ai parametri d’infusione, variando notevolmente le proprie qualità in base alle scelte operate nel corso della preparazione, svelando ora un volto, ora un altro.

Una cosa è certa: il Jin Jun Mei che degusteremo è a tutti gli effetti un “tè double face, in grado di soddisfare un’ampia gamma di gusti ma, allo stesso tempo, di divenire terribilmente amaro ed astringente se non rispettato…

Spring 2019 Jin Jun Mei (CLT) 5

In virtù di quanto rivelato finora, dunque, ho deciso di proporvi una doppia esperienza, per osservare quanto possa essere rilevante la semplice tempistica nell’atto di preparare la “bevanda ambrata” e per riuscire a meravigliarci, ancora una volta, della magia delle camelie!

Nello specifico, ho mantenuto fisso in entrambe le sessioni il rapporto acqua/foglie (50ml/3,1g) nonché la temperatura (90°C), variando soltanto il tempo d’infusione, senza risciacquo. Nel primo caso, ho ricavato una prima tazza dopo 15s, nel secondo dopo soltanto 4s, aumentando poi in entrambe i casi di 5s per ogni successiva profusione fino ad un raggiungimento di 6.

Jin Jun Mei

Il Jin Jun Mei pare essere un prodotto d’invenzione relativamente recente, presumibilmente datata nel 2006. Si tratta di un tè rosso ricavato da foglie di alberi selvatici provenienti esclusivamente dalla Riserva Naturale Nazionale dei monti Wuyi, raccogliendo soltanto la gemma e la prima foglia dei teneri germogli primaverili e denominato, a causa della colorazione paglierina che assumono le gemme stesse al termine della lavorazione, “sopracciglia dorate”.

Scendendo nel dettaglio, analizzeremo uno Jin Jun Mei raccolto nella primavera del 2019 nella riserva naturale previo citata, situata nello Fujian-Cina-1400m, appartenente alla varietà naturale Tanyang-caicha, propagatasi dunque per seme e non per talea.

Alla luce di queste informazioni, quindi, possiamo già immaginare quello che ritroveremo in tazza; sicuramente un tè di roccia, dunque minerale, con una profondità organolettica notevole data l’età e la natura selvaggia degli alberi dai quali proviene. Come sempre, però, non mancheranno le sorprese…

Beviamoci su! (Parte 1)

Alla vista le foglie presentano la caratteristica presenza di sfumature paglierine ed oro antico, dovute alla presenza delle giovani gemme ossidate, contornata da un più diffuso grigio carbone. Le dimensioni sono veramente minute e le forme regalano alla vista aggraziati componenti arrotolati nel senso della lunghezza, delicatamente ritorti.

All’olfatto, gli aromi si presentano netti e distinguibili già a secco, intensificandosi di molto nella gaiwan preriscaldata, rimandando di primo acchito ai frutti rossi, alla salsa di fragole ma, al contempo, al cacao ed all’uvetta.

Una volta esauste, le stesse foglie continueranno a possedere fragranze di notevole intensità, evocando sempre i frutti rossi, in particolare mirtilli e fragole, spiccando però per note floreali di rose, adagiate su un letto di arachidi e mandorle tostate, non senza un lontano richiamo all’olio d’oliva.

Visivamente, al termine della sessione le foglie stesse non saranno completamente aperte ed avranno cambiato le loro tinte, passando dall’iniziale accenno cinereo a sfumature marrone gingerbread screziate di rossastro. Le gemme sono distinguibili mentre le foglie, alcune delle quali rotte a causa della loro fragilità, stressate dall’infusione, giacciono assieme a qualche stelo o venatura, difficilmente distinguibili a causa delle contenute dimensioni.

Il liquore, nondimeno, è il vero fulcro dell’esperienza proposta. Lucente e senza impurità, esso cangia tra il bronzo ed il rosso fienile, riprendendo a tratti il ruggine, esalando fumi che riprendono i fiori di zucca, il pane all’olio ed il burro fuso, unitamente ad accordi lontani di carbone.

Al palato, si ha un subitaneo attacco di pangrattato, che cede presto il passo al sentore di mirtilli e frutti rossi per poi sfociare nelle melliflue note del miele di castagno, concludendo il tutto con percepibili note di cacao. Già da questa prima tazza, tuttavia, si rileva una certa amarezza, seguita anche da bassa astringenza, perfettamente accettabile seppure presente, la quale ci accompagnerà fino al termine della sessione.

Procedendo, i sentori fruttati andranno spostandosi nella persistenza in favore di un più ampio spazio concesso a sentori di pane tostato e cacao. Soltanto nelle ultime tazze, meno intense, si ha un modesto ritorno della dolcezza, sempre in presenza del sentore amaro, ora rassomigliante al caramello bruciato, al malto ed alle fragoline di bosco.

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Beviamoci su! (Parte 2)

Per quanto concerne l’analisi delle foglie, possiamo sovrapporre le conclusioni a quelle della precedente esperienza, con l’unica eccezione di ottenere foglie esauste perfettamente integre, grazie alla maggiore delicatezza dei parametri utilizzati. Quanto risulta sensibilmente diverso, tuttavia, è proprio il liquore!

Di colorazione decisamente più tenue rispetto al primo caso, inizialmente sciroppo d’acero di grado “A” per poi cedere alle preziose tinte rubino, l’infuso presenta al palato note decisamente più fruttate e zuccherine, affatto meno intense della qualità organolettiche ottenute con una maggiore tempo d’attesa.

Già dal primo sorso, ci accorgiamo di quanto sia realmente bassa, quasi assente, l’amarezza riscontrata nella previa degustazione. L’astringenza non lascia la benché minima traccia e le note di malto e cacao risultano relegate alla fase terminale, anticipate dal ricordo marcato di fragole fresche, zucchero filato e miele millefiori.

Nelle tazze successive, i sentori fruttati si manterranno, mentre l’amarezza emergerà soltanto dopo diverse bevute e comunque con bassa forza. I sentori di cacao si sposeranno alla perfezione con il richiamo di frutti rossi, richiamando alla mente l’abbinamento sempre piacevole tra fragole e cioccolato fondente, catapultando per certi versi ai tempi dell’amore o dell’infanzia, mentre meno presente, per non dire assente, sarà il ricordo al pane tostato.

Conclusioni

“Sopracciglia dorate” sembra proprio un nomignolo azzeccato per un tè dal potenziale espressivo così elevato ma anche dalla pretesa di attenzioni millesimali. Confesso, infatti, di avere avuto una prima esperienza abbastanza traumatica con queste foglie: effettuando un’iniziale infusione di 20s, come mio “standard personale” vuole, ho di fatto ottenuto un liquore estremamente amaricante, ai limiti dell’imbevibile!

Il Jin Jun Mei, perlomeno quello in esame, è in definitiva un tè che necessita di una certa esperienza per potere essere preparato nella maniera corretta e più consona ai nostri gusti: soltanto sperimentando e conoscendo a fondo le foglie, infatti, potremo estrarre ottime qualità aromatiche, facendole virare, a nostro piacimento, verso determinate aree sensoriali piuttosto che altre.

In ogni caso, il liquore che otterremo avrà senz’ombra di dubbio una personalità molto forte, nella quale la mineralità consueta dei cosiddetti “tè di roccia” si tradurrà invece in un ricordo di cacao, più o meno marcato a seconda dei casi ma sempre presente, rafforzato da un corpo possente e da una lunga persistenza.

Le sensazioni olfattive rimangono pressoché costanti, mentre i sentori al palato, come esperito, variano sensibilmente in base alle tempistiche, rimanendo purtuttavia parimenti intensi; più terrosi e minerali, pungenti e piacevolmente amari, “maschi”, per così dire, nel primo caso; maggiormente fruttati, zuccherini e melensi nella seconda sessione, “femmine” e tentatori. Voi quale opzione scegliereste? L’intrigante dolceamaro del cacao ed il confortante calore del pane oppure i melliflui e più infantili, ma non per questo meno dignitosi, ricordi di fragole e miele?

“Non c’è due senza tre”… triplo cioccolato!

Che io ami cedere alle lusinghe del “cibo degli dei” non è più un mistero oramai ma, in questo caso, il richiamo era veramente forte e l’abbinamento, d’altro canto, è stato quasi immediato, trattandosi di un cioccolato che stavo consumando proprio in questo periodo dando fondo alla mia dispensa!

Tornando a noi, dunque, non ho avuto alcuna esitazione nell’accostare un cacao vietnamita, proveniente dalla provincia collinare di Dong Nai a nord-est di Saigon, lavorato da Marou per dare vita ad un fondente 72% le cui note fruttate, tra i frutti rossi ed una macedonia tropicale, si accompagnano a profumi terrosi che richiamano l’aroma delle foglie di tè e sensazioni cremose, di latte e panna, al palato, le quali bilanciano invece la più o meno pronunciata amarezza e severità del liquore.

Spring 2019 Jin Jun Mei (CLT) 3

Come preannunciato, all’olfatto la cioccolata dischiude sentori di frutti rossi, ma con un distinguibile sfondo di funghi di bosco, connotato da un retrogusto tostato e più diffusi ricordi di miele.

Alla vista la tavoletta si presenta particolarmente sottile, con sfumature che ricordano la cicoria tostata ed il marrone bosco, mentre al tatto delizia con una buona scorrevolezza, spezzandosi con uno “snap” magistrale, perfetto sotto ogni punto di vista così come la lavorazione stessa del prodotto.

All’assaggio si ha un cioccolato dalla fusione sufficientemente veloce ma con un’alta corposità, estremamente rotondo ma dalla struttura leggermente appiccicosa, la quale in un certo senso riprende anche dal punto di vista tattile l’idea del miele, presente all’analisi olfattiva.

I sentori sviluppati sono molteplici e complessi, a partire da un’apertura rapida ed un poco acida di meringhe ed albicocche, con qualche accenno di macadamia, passando ad un cuore di vaniglia, mango, maracuja ed anacardi, a tratti speziato, somigliante allo zenzero fresco.

In chiusura, si osserva un aumento della cremosità e dei relativi aromi di latte, caramello e frollini, con echi di caffè e limone. Nella buona persistenza permane una certa acidità la quale, nondimeno, scomparirà a poco a poco sotto l’insistenza della cremosità stessa, assumendo piuttosto il sapore del mandarino ed accompagnandosi all’aroma primario, mediamente intenso e presente sin dall’inizio.

Come un vago ricordo, dopo diversi minuti dalla deglutizione, una delicata amarezza unitamente ad una quasi impercettibile astringenza smorzano la modesta dolcezza del cioccolato e sembrano volere proiettarci alle memorie tattili della bevanda, mostrando quasi l’intenzione di volere chiudere in un cerchio, una corona diamantata di sensazioni e colori, questo breve, effimero ma potente attimo di piacere…

Omar.

 

 

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