Robin Hood: trafiggere il passato con la fantasia

A. Dumas è un autore eclettico già a partire dalla propria biografia ma, ancora di più, per lo stile, o farei meglio a dire il “genere”. Egli, di fatto, è forse il creatore ed uno dei pochi rappresentanti di una categoria del fantasy non ancora ufficialmente riconosciuta, commista con la realtà, avvinghiata alla storia ed in grado di cambiarne il corso senza però snaturarne i tratti salienti.

Verrebbe da ritenere l’autore presente, maggiormente conosciuto per I tre moschettieri, come un classico della letteratura ma la verità è che, se ci riflettete un momento, spesso passa in secondo piano e sembra quasi uno spettro che, di tanto intanto, aleggia e riappare nel panorama letterario europeo.

Il perché dell’anonimia di Dumas è forse da ricercare tanto nella sua vita quanto nelle sue opere così particolari e, come vedremo, indefinite. Cerchiamo, dunque, di “afferrare il fumo a mani nude”!

Robin Hood 1

La vita

Solitamente, come sapete bene, evito di parlare della biografia ma, in questo caso, essa ha una triplice valenza, risultando doverosa sia per la fama dello scrittore stesso, sia per comprenderne meglio i tratti caratteriali e come questi abbiano in qualche maniera influenzato i suoi scritti e la sua carriera.

Robin Hood 2

Nato nel 1802 a Villers-Cotterets, nell’Aisne (Francia), Alexandre Dumas vive in una famiglia agiata, figlio di un padre che è generale di Napoleone. Alla morte della figura paterna, tuttavia, il futuro drammaturgo e scrittore deve trasferirsi a Parigi, dove trova impiego in veste di cancelliere del duca d’Orléans.

Grazie alla posizione economica sufficientemente stabile, assecondando i suoi interessi personali, Dumas riesce a conseguire nel 1829 un discreto successo teatrale grazie all’opera Enrico III e la sua corte.

Di personalità ribelle e libertina, lo scrittore sceglie di spendere l’intero incasso del suo trionfo artistico nell’arte del viaggio. Al termine del proprio vagabondare, seguendo sempre il suo istinto, l’autore decide di dedicarsi alla letteratura e, grazie all’intuito, ottiene così il suo più grande successo, raggiungendo la fama, con I tre moschettieri, pubblicato nel 1844.

Dopo l’ascesa nel mondo letterario, Dumas preferisce però assecondare il proprio desiderio di ricchezza, aumentando la produzione di libri, affidandone talvolta a terzi la stesura, limitandosi soltanto all’approvazione degli stessi mediante l’apposizione della propria firma.

Per sottolineare ulteriormente l’inclinazione ribelle del personaggio in questione, ancora, basti pensare che, nel 1859, egli scelse di parteggiare e aiutare i Garibaldini, minoranza ideologica in territorio italiano.

In conclusione, ci sono pervenuti una moltitudine di romanzi autografati da A. Dumas ma, ancora oggi, risulta difficile stabilire quali di questi siano stati interamente od anche solo in parte creati dalla mente geniale dello stesso autore. Tra i rari esemplari di sicura attribuzione figura, appunto, Robin Hood.

Trama

Il giovane teneva rispettosamente in mano il berretto verde ornato di una penna d’airone. Una dolce capigliatura bionda incorniciava la sua fronte ampia e l’ovale perfetto del suo viso. Due pupille d’un turchino scuro splendevano su quel viso e da quello sguardo limpido trasparivano i pensieri, la fiducia, i sentimenti di un’adolescenza candida. L’espressione del volto rivelava coraggio ed energia. La vita all’aperto aveva leggermente abbronzato la sua nobile fisionomia.

Gli eventi narrati, che si svolgono circa a metà ‘800, sono caratterizzati da riferimenti storici concreti, a partire da una breve e fondamentale introduzione che chiarisce come Enrico II, nel 1162, divenne re Normanno d’Inghilterra, trionfando sui locali Sassoni.

Robin, inconsapevole discendente di nobile lignaggio, viene dato anonimamente in adozione a causa di intrighi nobiliari alla famiglia del guardaboschi Head: soltanto durante la crescita, il suo cognome verrà storpiato dai compaesani in Hood.

D’animo ribelle ed audace, Robin salva un giorno una coppia di nobili da un’imboscata e, da quel momento, avranno inizio le sue avventure che lo porteranno a contatto con l’alta società ed alla scoperta delle sue altolocate origini.

Inorridito dall’avidità e dalla corruzione, Robin fonderà poi di “Allegri Compari”, la celebre banda di banditi che “ruba ai ricchi per dare ai poveri”…

Stile

Un tratto che caratterizza Dumas e lo delinea sicuramente come un profeta della futura evoluzione del panorama letterario è proprio lo stile adottato, incredibilmente affine alle esigenze contemporanee.

La narrazione è sostenuta da frasi brevi così come le descrizioni, sostituite invece da numerosi dialoghi con rapidi scambi di battute e numerosi incipit in medias res, ossia introduzioni agli eventi privi di preamboli, in grado di catapultare il lettore direttamente nel mezzo dell’azione.

Le ellissi temporali, che contribuiscono ulteriormente ad alleggerire il carico storico dell’opera, unitamente a capitoli brevi e dai titoli riassuntivi del contenuto nonché ad un linguaggio semplice e volgare, più vicino alla quotidianità dei lettori, hanno sicuramente contribuito al successo popolare dell’opera stessa.

Altre qualità tipiche dello scritto di Dumas sono, in conclusione, la cruda descrizione della realtà, che crea un piacevole contrasto con la vena fantastica che accarezza l’opera, e l’ironia paesana, alla stregua del grottesco, che traspare da alcune esilaranti descrizioni, le quali tradiscono anche una critica a comportamenti umani così come la volontà di capovolgere luoghi comuni e topos letterari quali, ad esempio, quello del cavaliere.

Fitz-Alvine, per evitare una caduta rovinosa le cui conseguenze avrebbero potuto essere letali, abbandonò la briglia e si afferrò con destrezza ad un ramo della quercia; e, mentre il cavallo alleggerito del suo peso proseguiva allegramente la corsa, il barone rimase poco dignitosamente sospeso all’albero scalciando e imprecando.

“Fantasy storico”

A. Dumas crea a mio modesto parere una categoria di fantasy non ancora ampiamente riconosciuta. Egli, in maniera ancora oggi innovativa, riprende eventi storici reali inserendovi però un avvenimento od una svolta fittizia in grado di sconvolgerne dunque il corso, consentendo dunque all’immaginazione ed alla penna dell’autore d’infiltrarsi tra le pieghe degli anni e plasmare le pagine del tempo secondo una visione alternativa.

Amore senza distinzione

Sino dai primi capitoli si propone la tematica amorosa in tutte le sue declinazioni, partendo dall’affetto incondizionato che la famiglia adottiva di Robin nutre nei confronti dello stesso per poi passare al corteggiamento di quest’ultimo nei confronti di Marianna.

Ancora, l’amore permea l’intera narrazione e potrebbe definirsi quale il motore che genera il susseguirsi degli eventi, incentrati sulla fuga dal matrimonio combinato e sulla ricerca della persona amata.

Quando ebbe messo piede a terra gettò indietro il cappuccio e si appressò alla donna per salutare e ringraziare. In quell’istante Robin, incapace di nascondere la propria emozione alla vista del volto dai lineamenti perfetti di Marianna, esclamò irrefrenabilmente:

-Ero certo che quegli occhi neri non potevano illuminare che un bellissimo viso!

Ribellione

Robin ha un carattere ribelle, proprio come quello della mente che lo ha creato, risultandone in qualche modo un alter ego. La ribellione, tuttavia, è un tema al quale viene dato ampio spazio all’interno del romanzo.

Prima di tutto, Robin appartiene ai Sassoni, sottomessi dai Normanni, e più volte nel corso della storia il protagonista confessa di volere riportare agli antichi fasti la propria etnia.

Il senso di rivolta, poi, si traduce anche nel rifiuto del matrimonio combinato, nel capovolgimento delle regole sociali e, di nuovo, nella creazione di una compagnia di banditi, gli “Allegri Compari”, la quale non solo rema contro ogni legge ufficiale ma, a sua volta, segue una regola che sfida lo stereotipo del ladro: “rubare ai ricchi per dare ai poveri”.

Infine, anche la magnanimità dello stesso protagonista è, in qualche modo, un affronto al concetto comune di bandito, percepito piuttosto come un fuorilegge malintenzionato. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, invece, Hood giunge spesso a rischiare persino la propria vita per dare prova della sua pietà ed empatia…

– Non ringraziatemi, messere – dichiarò Robin – Siete sassone e sventurato ed avete quindi diritto alla mia assistenza. Io prendo ai ricchi e do ai bisognosi.

“Rubare ai ricchi per dare ai poveri”

“Rubare ai ricchi per dare ai poveri” è forse la frase più celebre di Robin Hood, una sorta di marchio di fabbrica il quale, però, ha un significato molto più profondo di quanto comunemente si ritenga.

Il motto del giovane arciere, infatti, non indica soltanto la sua estrema bontà d’animo ed il suo innato senso dell’altruismo, ma ne ricalca anche le origini nel tentativo quasi rituale di esorcizzare il proprio passato attraverso la realizzazione quasi dantesca di una punizione per contrappasso.

Robin, dato in adozione per mantenere sana la reputazione della sua nobiliare famiglia d’origine, è stato proprio “rubato ai ricchi per essere dato ai poveri”…

-Giuro su ciò che ho di più caro di onorare Dio, di difendere e aiutare i deboli, di combattere i potenti, di sottrarre averi ai ricchi per donarli ai poveri. Che Iddio mi aiuti ad osservare tale giuramento!

Timor Dei

Come una vena che irrora l’intero scritto, serpeggia tra i vari personaggi dell’opera una forte inclinazione alla fede cristiana la quale, sovente, assume la forma del Timor Dei, oltre a contrassegnare profondamento le vicende d’epilogo.

Il “timore di Dio”, è un atteggiamento del fedele nei confronti dell’Ente Supremo che vede l’uomo condurre una vita ipoteticamente virtuosa non tanto per volontà propria quanto per la paura di ricevere il castigo divino.

Concetto nato e poi diffusosi a partire dal medioevo, lo spauracchio in questione è spesso oggetto di una sottile critica autoriale, mediata dall’ironia e dalla descrizione di situazioni caricaturali ed ai limiti del paradossale. Emblematico, a tale proposito, è il vagabondare di “frate Tuck”, uomo di Chiesa ed aiutante di Robin Hood il quale, proprio in virtù della carica rivestita ed al ricorso all’incombenza del Giudizio Celeste, ha libero accesso a qualunque luogo, indipendentemente dal contesto e dalle motivazioni.

Inganno

Anche l’illusione, così come l’amore, è un concetto fondante dell’opera di A. Dumas. Nello specifico, siamo davanti ad un tema trattato in maniera poliedrica, eviscerato in ogni sua possibile sfaccettatura.

Dalle prime righe è già possibile registrare un iniziale inganno: quello perpetrato grazie all’anonimo affidamento del neonato Robin nei confronti della famiglia Head, completamente ignara di divenire parte di un intrigo politico nobiliare.

Riassumendo poi le varie avventure di Robin stesso, ci accorgiamo di quanto spesso egli faccia ricorso al sotterfugio per riuscire nelle proprie imprese, depistando gli avversari con false affermazioni e celando la propria identità.

A proposito dell’ultimo espediente citato, si potrebbe inoltre fare una più profonda considerazione per quando riguarda il tema delle “maschera”. Più di una volta, Hood sceglie di travestirsi fingendosi altri da quello che è, non disdegnando talvolta nemmeno d’impersonare figure femminili. Potremmo, per certi versi, definire Robin Hood come uno dei primi celebri “travestiti”, riconoscendo al contempo la mentalità progressista dell’autore il quale, forse in nome della propria natura ribelle, è stato in grado di ignorare un eventuale ostracismo da parte del pubblico dell’epoca.

– Rassicuratevi – la interruppe il fuggitivo; – I travestimenti sono la mia specialità. Quando avremo finito nessuno si accorgerà di niente. Però bisogna fare presto perché gli inseguitori potrebbero giungere da un momento all’altro.

Conclusioni

A. Dumas, sebbene non rappresenti il prototipo del mio scrittore ideale, merita senza ombra di dubbio di essere recuperato dal vasto panorama della letteratura classica, fosse anche soltanto per dare nuova vita e prospettive future ad un genere come il fantasy il quale, se da un lato conosce oggi un ampio successo, dall’altro rischia di vincolarsi troppo agli schemi primordiali imposti dai suoi padri fondatori.

Robin Hood è forse un’opera più vicina alle esigenze del lettore contemporaneo di quanto non lo sia la sua gemella più famosa, I tre moschettieri, la quale potrebbe spaventare a causa della propria mole. Lo stile scorrevole, semplice e pregnante, venato d’ilarità e non troppo impegnativo ma, non per tale ragione, privo di messaggi fondanti e fondamentali, avvicina sicuramente il romanzo trattato al pubblico moderno, che pretende sempre più opere leggere, dalla lettura scorrevole, in grado di adattarsi quanto più possibile alla frenetica quotidianità del XXI secolo.

In definitiva, se siete amanti del genere storico ma non riuscite a farvi mancare un pizzico d’immaginazione, od anche solo se volete avvicinarvi ad un autore rinomato ma forse troppo sottovalutato, consiglio caldamente la lettura di Robin Hood che, come un terremoto, saprà sconvolgere le regole del tempo, catapultandovi in un passato che, ai vostri occhi, potrebbe quasi sembrare surreale…

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

La foresta, la fragranza delle prime foglie secche d’autunno, il crepitante odore di carbone e, poi, un sentore burroso e di frutta secca, dai toni caldi e familiari, questi aromi che probabilmente permeavano i boschi ch’erano la casa degli “Allegri Compari”, con la loro aria di festa ed i numerosi banchetti luculliani, si riassumono alla perfezione in una tazza di Iron Monk, che non ho esitato ad infondere per onorare quanto meglio possibile l’opera di A. Dumas.

Una certa mineralità, poi, emerge a poco a poco, rivelando la sua natura di “tè di roccia”, dei quali è un celebre rappresentate. Un tè “classico”, appunto, come lo è l’opera di Robin Hood, in grado di accompagnare la sua severità rocciosa con dolci carezze fruttate e di miele, deliziandoci con una lunga persistenza la quale, malinconicamente, sembra volere prolungare il piacere di un romanzo forse troppo breve ma che, proprio per questo, lascia il desiderio d’essere riletto…

Omar.

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