Il Piacere: estetismo italiano

Il Piacere è un romanzo che ha segnato la mia intera esistenza, uno di quei libri che, senza una motivazione precisa, riescono talvolta ad insinuarsi nella personalità di un individuo e plasmarne il pensiero, modellarne la mente, a guisa d’un dolce veleno che a poco a poco si propaga fino a sconvolgere la sua visione del mondo.

Sarà forse da considerarsi atipico per un giovane come me, ma ammetto di avere un’ammirazione ed un affetto sconfinato nei confronti di d’Annunzio, che per me è stato e continua ad essere un modello di vita ed un maestro, un compagno di guerra in ogni mia decisione difficile ed una mano amica nei momenti più bui.

Vi sarete accorti, forse, di come io tenda a parlarne trattandolo come una persona vivente e questo, miei cari lettori, è perché lui non è mai morto! Esatto, avete capito benissimo! Gabriele d’Annunzio cammina, parla ancora attraverso la sua vita, della quale ha fatto un’opera d’arte, un “vivere inimitabile”, respirando attraverso le folate di vento che scivolano tra i giardini e gli stretti corridoi del Vittoriale, sua ultima dimora a Gardone di riviera, nella quale ha scolpito per sempre le proprie memorie, lasciato in eredità la sua eclettica e sovversiva impronta.

D’Annunzio non ammette esitazioni: si ama, magari, oppure si odia. Lo stesso accade con le sue opere: potranno assorbirvi come un Maelstrom oppure ricacciarvi quanto più lontano possibile come una forte mareggiata.

Ad ogni modo, sento di dovere finalmente rivelare un’altra parte di me, di dovere giocare il mio ruolo nell’abbattere pregiudizi e reticenze mostrate, anche a livello scolastico, nei confronti di un grande uomo ed artista, troppo spesso frainteso o stereotipato. Quale modo migliore, dunque, se non iniziare dalla sua opera più famosa ma, allo stesso tempo, anche meno conosciuta, maggiormente censurata da un’antica ideologia purista ed utopica?

È con Il Piacere, dunque, che ho “il piacere” di presentarvi Gabriele d’Annunzio, uomo idolatrato e maledetto, benvoluto e condannato, amato ed odiato, tra l’onda del successo ed il baratro del fallimento che, in ogni situazione, ha sempre avuto il coraggio di vivere esattamente quello che voleva, come voleva, ignorando i pregiudizi, scavalcando la grigia e vincolante monotonia del senso comune…

Biografia

“Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto si opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.”

D’Annunzio, d’Annunzio, d’Annunzio… quante cose vorrei dire, quanti anfratti della sua poliedrica personalità meriterebbero d’essere approfonditi ma, ahimè, non basterebbe forse nemmeno un libro intero per parlarne. D’altro canto, come egli stesso ha definito la propria esistenza, il suo “vivere inimitabile” merita di essere sondato…

Vi invito calorosamente a cercare voi stessi informazioni, a partire dal sito stesso del Vittoriale degli italiani, non soltanto per avere una dovuta conoscenza di una delle maggiori figure di spicco italiane, letterarie e non, ma anche per meglio potere apprezzare l’opera in questione, altamente autobiografica.

La Beffa di Buccari, il volo su Vienna e l’impresa di Fiume sono solo alcune delle imprese compiute dal Vate, il cui vissuto saprà riservarvi molte altre sorprese assai meno conosciute. Cosa ci fa una nave incastonata nel giardino del Vittoriale? Chi sarà mai il “Gonfalon selvaggio”? Per quale ragione alcune finestre della dimora sono di alabastro? Quali altre parole, oltre a “tramezzino”, “Ornella” e “Vigili del fuoco” saranno state forgiate nell’ “Officina della parola”?  Cosa ha a che fare d’Annunzio con la Rinascente? Vi servono altri spunti per stimolare la curiosità?

Domani, certo, ricomincerò. Io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l’unità riuscirà sempre vano. Bisogna omai ch’iomi rassegni. La mia legge è in una parola: NUNC. Sia fatta la volontà della legge.

Gabriele d’Annunzio inoltre, come confermano le entrate positive del Vittoriale ed il crescente interesse pubblico, sta finalmente ottenendo il giusto riconoscimento, proibitogli in passato a causa di pregiudizi e tabù sociali. Essenzialmente, l’artista è stato lungamente tacciato di scabrosità (per la quale spero oggi non vi sentiate scandalizzati) e di assecondare l’ideologia fascista. A proposito di quest’ultimo punto, al fine di chiarire definitivamente l’equivoco, sappiate che ricevette Mussolini facendolo attendere per lungo tempo in una piccola stanza, nella quale campeggiavano le seguenti parole…

Al visitatore
teco porti lo specchio di Narciso?
Questo è piombato vetro. O mascheraio.
Aggiusta le tue maschere
al tuo viso ma pensa che
sei vetro contro acciaio.

Trama

Andrea Sperelli, vero e proprio alter ego dello stesso d’Annunzio, appartiene all’alta società romana. Nel corso della narrazione assisteremo alle avventure amorose e dissolute del giovane, il quale si destreggerà all’interno della realtà mondana tra vizio ed apparenza, tra dame, duchesse, contesse, baroni e quant’altro, dando vita ad un triangolo amoroso nel quale si ritroverà stretto tra la morsa di due donne dalla forte quanto opposta personalità: Elena e Maria.

Stile

Gabriele d’Annunzio era sicuramente un uomo dal marcato ego: leggendo già le prime righe di qualsivoglia sua opera ci si rende presto conto di quanto abbia uno stile unico, potente e particolare, improntato a priori da un registro alto, aulico oserei dire, sostenuto da termini preziosi ed insoliti, quasi fossero diamanti incastonati all’interno delle frasi.

Numerose e minuziose descrizioni accompagnano la scrittura elevata, con frequenti ricorsi a citazioni colte, e tradiscono spesso l’influsso che l’orientalismo esercitava su molti artisti dell’epoca.

Sebbene possano sembrare vanesie e vuote, le descrizioni non sono affatto fini a loro stesse, ma incarnano una peculiare forma di simbolismo, riflettendo o traducendo l’emotività del protagonista, anticipando il futuro svolgimento della narrazione attraverso un presagio quasi mistico veicolato dagli oggetti stessi.

Egli prevenne il gesto di Elena, tendendo la mano. E da allor in poi gli avorii, gli smalti, i gioielli passarono dalle dita dell’amata in quelle dell’amante comunicando un indefinibile diletto. Pareva ch’entrasse in loro una particella dell’amoroso fascino di quella donna, come entra nel ferro un poco della virtù d’una calamita.

La struttura del romanzo, ancora, sembra volere esaltare il momento dell’attesa, aumentando il piacere che deriva dalla progressiva e lenta scoperta del susseguirsi degli eventi. I singoli capitoli, infatti, paiono lunghi, talvolta interminabili a causa della prosa prolissa, ma, proprio quando pensiamo di avere raggiunto il limite, s’interrompono, lasciando spesso una scena in sospeso. Allo stesso modo, l’intero racconto è stato a sua volta suddiviso in diversi libri.

Riferimenti

Un piccolo approfondimento meritano i più o meno evidenti richiami letterari presenti all’interno dell’opera. Senza fare una disamina completa, mi limiterò ad osservarne due soltanto, a partire dai nomi scelti per le due amanti dello Sperelli.

“Elena” e “Maria”, sono con ogni probabilità accenni velati alla figura di Elena di Troia, la cui contesa generò il conflitto in Grecia, ed alla Santa Vergine, pura ed immacolata. Le due donne, infatti, incarneranno i due topos (modelli ricorrenti) letterari della femme fatale e della “donna salvifica”… quale vincerà delle due?

Ancora, più in generale, l’intera opera sembra volere riprendere le tematiche e le critiche appartenenti a Il ritratto di Dorian Gray (O. Wilde) ricalcandone, in un certo senso, anche l’epilogo finale, seppure in maniera differente.

Estetismo

Non v’è dubbio circa il fatto che Il Piacere sia forse l’opera che ha segnato il definitivo ingresso del pensiero esteta, già altamente diffuso all’estero, in territorio italiano e, ancora oggi, forse ne rimane il rappresentante più celebre.

Come avremo modo di verificare nel corso della presente recensione, l’estetismo è una corrente artistica e filosofica totalmente devota al godimento presente, alla bellezza fine a sé stessa, al Carpe Diem, portando l’edonismo a livelli estremi, esaltando la giovinezza quale unico e fugace attimo di estremo splendore, da assaporare fino all’ultima goccia…

Superiorità

Come i due entrarono, nella gente dell’osteria non avvenne alcun moto di meraviglia. Tre o quattro uomini febricitanti stavano intorno a un braciere quadrato, taciturni e giallastri. Un bovaro, di pel rosso, sonnecchiava in un angolo, tenendo ancòra fra i denti la pipa spenta. Due giovinastri, scarni e biechi, giocavano a carte, fissandosi negli intervalli con uno sguardo pieno d’ardor bestiale. E l’ostessa, una femmina pingue, teneva fra le braccia un bambino, cullandolo pesantemente.

[…]

-Venite, venite- disse Andrea ad Elena, premendole il braccio, dopo aver lasciato sul tavolo una moneta. E la trasse fuori.

L’esteta è colui in grado di cogliere il bello, di crearlo, di venerarlo ed esaltarlo riuscendo così a vivere appieno la propria esistenza: ne consegue che chiunque non venga reputato tale, sia ritenuto alla stregua di feccia, una figura marginale, una comparsa, al cospetto dell’uomo “colto”.

Sebbene l’autore non condanni a morte la plebe, egli tradisce ugualmente il proprio disprezzo o, se non altro, disgusto, nei confronti di tale realtà, dando vita a descrizioni caricaturali e grottesche, quasi surreali, di quest’ultima.

Esteta: successo o fallimento?

Egli passava dall’uno all’altro amore con incredibile leggerezza […]. L’abitudine della falsità gli ottundeva la coscienza. Per la continua mancanza della riflessione, egli diveniva a poco a poco impenetrabile a sé stesso, rimaneva fuori dal suo mistero. A poco a poco egli quasi giungeva a on veder più la sua vita interiore, in quella guisa che l’emisfero esterno della terra non vede il sole pur essendogli legato indissolubilmente.

Pure riconoscendosi appieno in Andrea Sperelli, Gabriele d’Annunzio sembra a più riprese operare, tramite il corso della narrazione, delle critiche velate a tale stile di vita.

Ma questo periodo di visioni, di astrazioni, di intuizioni, di contemplazioni pure, questa specie di misticismo buddhistico e quasi direi cosmogonico, fu brevissimo.

L’autore non manca di sottolineare episodi di cedimento dello Sperelli, attimi di incertezza, esacerbati dal frequente accostamento tra sacro e profano, dall’avvicendarsi spirituale dell’amore per Elena e quello per Maria, dal confuso rimescolamento degli ideali e degli affetti, dalla mancanza di punti di riferimento fissi e dalla fittizia realtà delle relazioni sociali.

La convalescenza è una purificazione e un rinascimento. Non mai il senso della vita è soave come dopo l’angoscia del male; e non mai l’anima umana più inclina alla bontà e alla fede come dopo aver guardato negli abissi della morte. Comprende l’uomo, nel guarire, che il pensiero, il desiderio, la volontà, la consienza della vita non sono la vita.

L’epilogo stesso della vicenda, attraverso un unico ma eclatante utilizzo del simbolismo, sancisce la sconfitta morale del protagonista. Trattandosi di un romanzo più che noto, non ritengo di dovere trattenermi dal rivelarvi la sentenza finale, riservandomi però di lasciarvi trarre le vostre personali conclusioni. Ad ogni modo, per chi non fosse ancora a conoscenza della trama completa dell’opera, invito a non proseguire la lettura di questo paragrafo, in quanto potrebbe trattarsi di spoiler.

Egli entrò. Come l’armario occupava tutta la larghezza, egli non potè passare oltre. Seguì, piano piano, di gradino in gradino, fin dentro la casa.

Conclusioni

Come ho anticipato in apertura, io adoro d’Annunzio. Ogni volta che lo leggo, rimango travolto, incantato ed ipnotizzato dalla sua abilità tecnica, dai suoi preziosismi e virtuosismi stilistici, dalla sua eccentrica personalità e, per certi versi, anche dalla sua sfacciataggine.

Tuttavia, sono pienamente consapevole del fatto che una penna così particolare possa non piacere a chiunque e, in buona parte dei casi, tradursi in una lettura pesante, prolissa e persino fastidiosa.

Se siete alla ricerca di una trama profonda ed articolata nonché di insegnamenti morali, non troverete nulla di tutto ciò! Il Piacere è un libro scritto per essere mera superficie, quasi un dipinto su tela bianca: in altre parole, bello, bello e… null’altro!

In virtù di quanto detto, allora, trattandosi ugualmente di un “classico”, il mio consiglio è il seguente: date una possibilità a d’Annunzio! Cominciate a leggerne le prime pagine e, dopo qualche minuto, valutate: siete stati assorbiti dal vortice della bellezza oppure non avete trovato quella profondità d’animo della quale necessitate? Se la risposta è quest’ultima, allora, semplicemente, abbandonate perché, mio modesto parere, leggere dev’essere fondamentalmente un… piacere!

Tenterete l’impresa o, se avete già provato, appartenete anche voi alla schiera degli “eletti” che riescono ad accogliere un guscio vuoto ma meraviglioso? Chi siete, Elena o Maria?

Egli ancòra udiva la voce di lei, l’indimenticabile voce. Ed Elena Muti gli entrò ne’ pensieri, si avvicinò all’altra, si confuse con l’altra, evocata da quella voce; e a poco a poco gli volse i pensieri ad immagini di voluttà.

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

“Voglio che tu beva il mio tè. Sentirai, il profumo ti arriverà all’anima”.

Parlava di un tè prezioso, giuntole da Calcutta… Un profumo acuto si spandeva nell’aria… Ella versò in una tazza la bevanda e l’offerse ad Andrea, con un sorriso misterioso. Egli rifiutò dicendo: “Non voglio berlo in tazza ma da te”… “Ora prendi un bel sorso”… Maria, teneva le labbra serrate, per contenerlo… E Andrea la baciò, suggendo da essa tutto il sorso…

Rose, rose, rose… d’Annunzio amava le rose, come più volte da egli stesso confessato, tanto da spingere alla realizzazione del progetto L-ODO-ROSA che, a partire da quest’anno, ha riqualificato il consistente roseto del Vittoriale tramite una collezione di esemplari provenienti da luoghi in qualche modo vincolati alla figura di d’Annunzio stesso.

Tra petali di rosa amava concedersi Elena, alla quale mai Andrea Sperelli mancava di fare trovare l’amato fiore nel corso dei loro incontri, affinché ella potesse dischiudersi come un bocciolo alla rugiada dell’alba.

Quale scelta migliore, dunque, di un tè bianco profumato alla rosa, con tanto di petali? Il “tè dell’imperatore”, raffinato, delicato ma, al contempo, impreziosito dalle rosse ciglia floreali, con quel “tocco in più” che d’Annunzio soleva lasciare su qualsiasi oggetto passasse attraverso le proprie mani, quella necessaria personalizzazione che era anche il suo marchio di fabbrica e la propria firma.

2019 spring rose bud wild Baimudan è un tè estremamente floreale, dalla buona corposità ma dal sapore delicato, in costante e sottile evoluzione, delicatamente dolce e fruttato, ad imitazione delle pesche mature, con quell’accenno di legno che ricorda gli aromi che permeano la descrizione dannunziana degli ambienti nobiliari. Accordi di miele e pizzicori di zenzero richiamano poi l’intensa carica vitale che delinea la figura dell’uomo che vuole prendere a morsi la vita, suggendola fino in fondo, avendo il coraggio di afferrarne le redini per dipingerla come un’opera d’arte, divenendo, come lo definirebbe il Vate, un “Superuomo.

Le foglie esauste, poi, emanano un delicato aroma di mandorle bianche e, mentre, m’inebrio di questi piacevoli vapori, ricorrono nella mia mente versi rubati a La pioggia nel pineto

[…]
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorsa tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
come mandorle acerbe.
[…]

Omar.

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