Il quaderno canguro: tra rape e marsupiali…

Molti lo paragonano al fantasy, altri ad una commistione di realistico e distopico, taluni ancora ad una sottile forma di horror psicologico. Invero, il nonsense può classificarsi in un “genere” poiché proprio della razionalità e di ogni forma possibile di categorizzazione si fa beffe, ed è proprio da questo che trae forza e giovamento, facendo del caos il proprio mirevole peplo.

Il “nonsenso” è molto più di uno stile letterario: è una vera e propria corrente artistica che ha attraversato silenziosamente, con un vero e proprio andirivieni singhiozzante, innumerevoli discipline nel corso della storia. Sembra, però, esserci una sorta di avversione umana nei confronti nel nonsense, una diffida, forse dovuta alla stretta necessità dell’uomo di “mettere ordine” nel mondo conoscibile, che ostacola la libera espressione di questa filosofia.

Nonostante qualche caso fortuito ed ancora oggi rappresentativo quali, per citarne un paio, Alice in Wonderland (L. Carrol) o le già più offuscate opere di Edward Lear, specie negli ultimi tempi il “non-genere” sta vivendo un difficile periodo di carestia, probabilmente imputabile all’ancora maggiore forza che la tecnologia imprime alla logica ed allo schematismo.

Proprio come l’erba che s’infiltra tra le crepe di una sterile distesa di catrame, al termine del XX secolo germoglia, silenzioso, Il quaderno canguro, vera e propria perla nonsense partorita dalla mente di Abe Kōbō ultimo tutore, oserei dire, di quella ch’è ormai una forma d’arte in via d’estinzione…

Tematiche

Le tematiche affrontate sono le più disparate, dalle problematiche del mondo contemporaneo alle domande ataviche che da sempre l’uomo si pone. A tale proposito, un leitmotiv che costituisce una sorta di filigrana del romanzo intero è la morte ed il mistero ad essa legata.

Numerosi sono i rimandi all’oltretomba di stampo shintoista e buddhista, con richiami talvolta nominali, talvolta concettuali, a partire dal concetto di akai ito赤い糸. Si tratta, in breve, di una credenza tipicamente giapponese derivata da un mito secondo il quale ciascuno di noi, alla nascita, possiede, legato al mignolo della mano sinistra, un filo rosso che lo lega indissolubilmente alla persona cui è destinato. Un vincolo, sostanzialmente, che trascende il ciclo di morte e rinascita, un mito il quale, nel caso del buddhismo d’influenza shintoista, viene esteso ad ogni individuo con il quale si abbia una forma di attaccamento sentimentale.

Ancora, proseguendo sul tema dell’aldilà, risalendo metaforicamente il fiume Sanzu (fiume infernale dell’oltretomba shintoista), incrociamo nel corso della lettura rimandi alla sofferenza che caratterizza l’esistenza terrena ed alla reincarnazione. Spesso, il protagonista s’illude d’avere già conosciuto una persona, visitato un luogo, eseguito un’azione, quasi come avesse delle esperienze pregresse assopite nella propria coscienza…

Nessuno ricorda quando la vita è cominciata.
Nessuno si accorge
quando la vita finisce.

Tramite la crescente atmosfera nonsense e la mescolanza continua di realtà ed illusione o presente e passato, il tutto segnato da trasformazioni repentine di ambientazioni e personaggi, Abe Kōbō riesce a tratteggiare il profilo psicologico dell’uomo post-moderno, frammentato dalla violenza del conflitto mondiale, spersonalizzato, privò d’integrità di pensiero, attraversato dalla paura e travolto dall’incertezza, ricalcando per certi versi la controparte letteraria italiana che spazia dagli anni ’20 fino agli anni ’70.

Ad unire il concetto di distruzione della psiche umana e quello della sofferenza cui la vita ci sottopone giunge l’atto del cannibalismo figurato. Sovente, infatti, appaiono non soltanto scene di violenza ma anche attimi di mortificazione del proprio corpo, traslitterati nell’azione metaforica che vede il protagonista cibarsi dei propri germogli di daikon per sopravvivere.

Stacco un germoglio dalla radice e lo sollevo in alto per osservarlo meglio. È splendido: bianco, puro e succoso. Anche le due foglioline all’estremità sono fresche e di un verde intenso.
[…]
Schiaccio il germoglio tra le dita e provo ad annusare. Odore intenso di tuorlo d’uovo sodo misto all’inconfondibile fragranza di daikon.
[…]
Accosto l’indice alla bocca e lecco quel che resta del germoglio con la punta della lingua.

Riferimenti

Abe Kōbō ha voluto chiaramente rendere onore ad uno dei capisaldi del nonsense: Alice in Wonderland (L. Carroll).

Numerosi sono i rimandi alla celebre opera di Lewis, a partire proprio dalla previo citata violenza subitanea e talvolta apparentemente ingiustificata. A tale proposito, ricordiamo ad esempio come Alice reagisca spesso in maniera veemente senza effettive cause o, molto più semplicemente, la risposta della regina a qualsivoglia affermazione o domanda: “Off with Her Head!” (“Toglieteli/le la testa!)”.

Ancora, sin dalle prime pagine del romanzo troviamo un dilemma che l’”uomo-daikon” si pone circa la collocazione e le caratteristiche del centro della terra, la stessa domanda che si pone Alice in una delle pagine d’apertura dell’omonima opera.

Sono precipitato al centro della terra? Mi trovo all’ingresso dell’inferno?

Giù, giù, giù. Avrebbe mai finito di cadere?… – Starò avvicinandomi più o meno al centro della Terra. Vediamo un po’: dovrebbe fare un seimila chilometri, penso
(Alice nel Paese delle Meraviglie, L. Carroll)

Come se non bastasse, l’operazione di scelte talvolta irrazionali nonché l’atto stesso di mangiare sono fattori che contribuiscono ancora più ad assimilare la figura delineata da Kobo alla ragazzina partorita dalla mente di Carroll la quale, com’è noto, sfrutta spesso il cibo per modificare le proprie qualità fisiche senza nemmeno preoccuparsi se questo sia commestibile o meno.

In chiusura, è possibile notare anche una certa similitudine con le avventure narrate in molte storie di Franza Kafka, specie La metamorfosi, sia nella trasformazione di entrambi i protagonisti, sia nel cambio di prospettiva che ne consegue.

Conclusioni

Il quaderno canguro è sicuramente un romanzo difficile, sia per la forma inusuale nella quale si propone al pubblico, sempre più abituato a plot letterari standard e ripetitivi, sia per i molteplici riferimenti colti che, senza un’adeguata preparazione, potrebbero non essere intesi.  

Abe Kōbō, attraverso quest’opera, tenta di ridare credibilità e nuova vita ad un genere letterario a mio parere estremamente sottovalutato, caricandolo forse di numerosi valori simbolici proprio nel tentativo di conferirvi maggiore dignità intellettuale.

Sicuramente, si tratta di uno di quei libri che si amano, oppure si detestano senza compromessi. L’invito, come sempre, è quello di mettersi in gioco, approcciandosi magari a questo genere letterario per la prima volta per poi, una volta comprese le meccaniche che lo distinguono, scegliere se “farlo proprio” o meno.

Come ho lasciato tralucere nel corso di questo breve resoconto personale, il “non-senso” è una branca letteraria cui sono particolarmente affezionato, forse proprio perché costringe a rivalutare le proprie certezze ed a mettersi in discussione tramite un vero e proprio atto creativo da parte del lettore il quale, diversamente da quanto accade con le altre forme di letteratura, non è più spettatore passivo, ma chiamato ad interpretare e dare forma alla storia stessa attraverso immaginazione e ragionamento.

Per il momento, in Italia troviamo come unica traduzione recente dell’autore in questione proprio Il quaderno canguro. Nondimeno, la futura ri-pubblicazione nel Bel Paese de La donna di sabbia dell’omonimo autore fa bene sperare in una possibile lenta rinascita del genere… voi vi siete mai gettati tra le volute caotiche dell’irrazionalità? Cosa avete letto in merito e, nel caso, avete scelto di innamorarvene oppure di fuggire a gambe levate? Avrete il coraggio di farvi travolgere dal mondo che scaturisce dalla mente di quest’insolito lavoratore ordinario che, in un giorno come gli altri, si risveglia in compagnia di germogli di daikon?

Ma non è questo il momento di tentennare. Vorrei scappare all’istante nei grandi magazzini di Daikokuya, in una città e in un modo di vivere che parlino di normalità, tra persone comuni che non abbiano nulla a che fare con letti d’ospedale ad autopropulsione, canali sotterranei esclusi da qualsiasi mappa e assurdi combattimenti con organi di calamaro. Ma temo sia impossibile…

Where there’s tea there’s… a book!

(Per la degustazione completa cliccare qui)

Per questa lettura ho volutamente essere atipico, evitando di ricadere sulla banale scelta di un tè giapponese che ricalcasse le origini dell’autore stesso, optando invece per un tè verde cinese. Come se non bastasse, si tratta di un prodotto a sua volta insolito rispetto alla media, sia per la forma a chioccola, frutto di una meticolosa lavorazione manuale, sia per la materia prima di partenza, costituita dalla varietà Assamica, solitamente utilizzata per la produzione di tè ossidati.

 L’Assamica ha sicuramente conferito al liquore caratteristiche organolettiche spiazzanti e stranianti rispetto quanto ci si aspetterebbe da un tè verde. Allo stesso tempo, l’olfatto rileva un sottile aroma di rape e daikon il quale, solleticando con il suo leggero tocco rinfrescante ed al contempo pungente, riemerge, di tanto in tanto, accompagnandoci nell’arco dell’intera degustazione, divenendone dunque un vero e proprio “filo conduttore”, proprio come accade tra le righe del romanzo stesso!

Omar.

2 pensieri su “Il quaderno canguro: tra rape e marsupiali…

  1. Ciao Omar trovo curioso i libro da te citato, come dici tu sicuramente impegnativo ma non meno meritevole di essere letto per vivere , venire travolti da una lettura inusuale e particolare.

    Piace a 1 persona

    • Sono felice che tu lo abbia trovato interessante. Spero, allora, che accetterai la sfida e sarai così gentile da lasciarci un’opinione, nel caso!

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